A PROPOSITO DI RICORDI…
Venerdì 27, in Sala Ajace, davanti ad un pubblico attento e partecipe, si è tenuto l’incontro “Gens italica: l’inesorabile rappresaglia dei Palikuc’a”, organizzato dal Progetto Biblioteca Popolare Romano il Mancino, progetto della Federazione Regionale U.S.I.-A.I.T., avente come tema il fascismo di confine (ossia la condotta del fascismo verso le minoranze slovene) e i crimini di guerra compiuti dal 1941 al 1945. Palikuc’a – letteralmente fuoco-casa, chi incendia le case…- era il “nomignolo” dato alle truppe italiane che occuparono la Jugoslavia durante la 2°Guerra Mondiale. A tal proposito sono stati mostrati ed illustrati alcuni documenti raccolti dallo storico Milovan Pisarri (residente a Belgrado) presso l’Archivio Storico della Jugoslavia, dopo una efficace introduzione di Alessandra Kersevan, Coordinatrice di Resistenzastorica. Questa documentazione originale, in parte di produzione jugoslava, come nel caso dei fascicoli sui criminali di guerra indicati alle Nazioni Unite o le valutazioni dei danni e delle perdite subite ad opera della Commissione Jugoslava incaricata, in parte di produzione Italiana – comunicazioni delle amministrazioni civile e militare, corrispondenze tra unità e gerarchie militari – confermerebbe lunghe ombre sulla opportunità di certi meriti ed onorificenze ed aprono nuovi fronti di ricerca. Un importante documento è stato infatti rinvenuto in merito all’uso di iprite – gas mostarda – da parte del Regio Esercito. Risulta infatti da uno scambio di comunicazioni tra la 18°Compagnia Chimica aggregata al XVIII C.A. e il Generale Roatta, iniziato alle ore 20.00 del 21-9-1942, secondo cui 4-5 giorni prima, la 18°Compagnia chimica avrebbe “ipritato” una area impervia le cui caverne venivano utilizzate come rifugio dai partigiani in prossimità di Spalato. A tale notizia il Generale Roatta, la cui risposta è di per sé un interessante commento al fatto, invita a far passare il suddetto uso di iprite come “esercitazione”. Segue infatti comunicazione del giorno seguente con cui la 18° Compagnia chimica comunica a Roatta l’avvenuta esercitazione con iprite… compresa l’improbabile bonifica! Questo crimine, nella sua versione edulcorata, o bonificata, compare nell’Archivio dell’ufficio di Stato Maggiore dell’Esercito: il monogramma cifrato 19139 riporta che, in data 21 settembre 1942, l’esercito italiano eseguì una esercitazione (?) con iprite. Ora, grazie alla documentazione rinvenuta, abbiamo forse le idee più chiare su cosa accadde veramente quel 21 settembre 1942 e i 4-5 giorni che lo precedettero… Questo invita a riflettere: fino ad ora, infatti, risultava che l’uso di armi come l’iprite fosse stato evitato, che simili armi avessero avuto una mera funzione “deterrente”. Approfondire le ricerche su tale tema è doveroso per appurare responsabilità politiche e militari che solo se messe nel cassetto dei “ricordi” possono ancora illuderci d’essere “brava gente”. I dati della Commissione Jugoslava incaricata di stabilire i danni e le perdite causate dall’occupazione nazifascista, mostrati nella loro forma originale e tradotti da Pisarri, sono stati poi emblematici della politica italiana negli anni dell’occupazione, una politica di repressione e sterminio, iniziata già prima della guerra con l’italianizzazione forzata delle minoranze slovene. I documenti jugoslavi, anche se ridimensionati nelle cifre, danno uno spaccato interessante dell’attività di rappresaglia esercitata dal Regio Esercito, delle tecniche adottate, dall’apporto dato al concentrazionismo tedesco o a quello italiano, il tutto organizzato in uno schema comparativo con le altre forze di occupazione presenti nell’area: tedeschi, rumeni, ungheresi, bulgari, albanesi, cetnici, ustascia: anche gli italiani hanno i loro tristi primati… Infine, i fascicoli sui criminali di guerra indicati dalla Jugoslavia. Furono ben 750, nessuno dei quali venne consegnato. Tra questi figurano elementi del collaborazionismo fascista, attuatori delle politiche repressive antislave, non di rado invischiati direttamente con la amministrazione tedesca dello Adriatiche Kunstenland - combatterono per Germania: ad essere pignoli questi non dovrebbero essere considerati neppure patri(di)oti! Sono stati quindi mostrati i fascicoli dedicati a Lucani Bruno, Privilegi Igino, Serrentino Vincenzo, Papo Luigi, Roatta Mario, Stefanutti Romeo. Risparmiamo ai lettori curiosi che vorranno contattarci il resoconto agghiacciante dei capi d’imputazione e delle testimonianze, invitandovi tutti alla consultazione della documentazione. Ci permettiamo però di notare che l’Italia ha trattato benevolmente tutti coloro che sono stati indicati come criminali di guerra: dal Governo Badoglio al riconoscimento a Serpentino, una lunga comitiva di scheletri si accalca negli armadi. La serata, che ha sancito la nascita della biblioteca stessa, intesa non come “teca” di saperi ma come spazio di produzione ed informazione autorganizzato, è stata possibile grazie alla presenza di Alessandra Kersevan, che ha introdotto la documentazione scoperta da Pisarri, ripercorrendo efficacemente la politica fascista anteguerra contro le minoranze slovene. La documentazione e la preparazione di Milovan Pisarri hanno poi conseguito l’intento che la serata si proponeva: far emergere dalla documentazione originale la contraddizione tra le teorie revisioniste e i fatti. A tal proposito è stato chiarificatore l’intervento di Sandi Volk, storico che si è a lungo occupato delle vicende sul Confine Orientale e che ha esaminato da vicino le contraddizioni – o le vere e proprie falsificazioni – relative ai riconoscimenti per la Giornata del Ricordo. I documenti (non i si dice…) sembrano coincidere nel delineare la politica repressiva italiana e la sua ferocia nei rastrellamenti, guidata dal “si ammazza troppo poco” e nel rinvenire che la Giornata del Ricordo sembra desiderosa di non ricordare tutto. È lecito chiedersi quindi quali interessi si celino dietro una Giornata del Ricordo che dimentica volutamente le pagine più vergognose del nostro paese, quale cattivo gusto permetta di definire vittime coloro che si sono adoperati come carnefici al servizio del nazifascismo. Sono poi intervenuti a portare testimonianza dei propri studi e delle proprie ricerche, oltre a Sandi Volk, Claudia Cernigoi, Samo Pahor, Aldevis Tibaldi...
Ora per il Progetto Biblioteca Popolare Romano il Mancino inizia il vero lavoro: catalogare la documentazione, tradurre i documenti monolingue, organizzare efficacemente la consultazione, portare ovunque il Progetto e la relativa documentazione. L’obiettivo che ci poniamo è quello di divenire un "luogoambulante" di supporto ed aiuto alla Ricerca Storica, indipendente, che possa fungere da archivio, favorendo la consultazione del materiale, e da officina d’informazione, sfatando i falsi miti e le patriottiche liturgie. Naturalmente, come è aperta la consultazione è aperta la collaborazione: il nostro presente è il passato di domani.
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