Una capitale … in declino, le condizioni di chi ci lavora, ancora peggio…se non si sviluppa autodifesa collettiva, lotta autorganizzata e indipendente

23 de abril, 2021 - General - Comentar -

Per me, cittadino romano (e romanista!) vedere Roma gradualmente verso un declino che appare irreversibile, provoca molto dolore. Dalla Giunta Alemanno (dove si è consolidato il “sistema di mafia capitale” iniziato con le giunte di centro sinistra), a quella di Marino fino al lungo Commissariamento straordinario (8 mesi) del prefetto Tronca, per arrivare all’attuale Giunta Raggi,  si è visto da parte della politica istituzionale a Roma,  un abbandono costante non solo delle condizioni della città, con un degrado che ha colpito pesantemente il personale comunale e il corretto funzionamento della “macchina capitolina”, ma anche delle tante aziende partecipate, istituzioni e aziende speciali che mantengono in vita (oggi in forma di precario assetto e funzionamento) i servizi pubblici ormai esternalizzati; oltre al meccanismo dei tanti appalti su servizi strategici, specie quelli socio assistenziali ed educativi, che ne accentuano la natura e la condizione di precarietà e di dequalificazione, a prescindere dall’impegno dei tanti e tante che ci lavorano. Ci troviamo di fronte aziende partecipate con totale capitale comunale, come AMA (addetta alla raccolta,  gestione e smaltimento del ciclo dei rifiuti e alla pulizia delle strade cittadine)  che nonostante le molte migliaia di dipendenti, con una gestione scellerata di risorse e visione miope dei tanti superpagati managers e amministratori, non riesca a far decollare la raccolta differenziata nei 15 municipi della Capitale, né lo smaltimento funzionale dei rifiuti prodotti (con costi proibitivi pagati comunque dalla cittadinanza per il loro trasferimento all’estero o verso stabilimenti dislocati in altre province e regioni, anche per mancanza di strutture ecologicamente sostenibili per il piano programmato di riciclo e smaltimento), con alto rischio di infiltrazioni criminali nelle operazioni di appalti per tali attività, come avvenuto in altre città e zone del Paese.  ATAC, la società che dovrebbe gestire, con altre collegate di controllo societario di Roma Capitale  la mobilità cittadina, con oltre 11mila dipendenti,  non è in grado di fornire un servizio decente, adeguato ai reali bisogni, ai ritmi veri della cittadinanza e utenza per una rete di trasporto pubblico efficace, capillare ed efficiente (nonostante una parte del servizio sia stato esternalizzato per le zone più esterne della città, a società private con costi eccessivi rispetto alla qualità e quantità del servizio offerto). Una mobilità con aumento del trasporto pubblico con tram, ferrovie leggere, metropolitane e parco mezzi su gomma (autobus), capace di coprire una dimensione territoriale cittadina enorme, con tempi di percorrenza dignitosi per chi ne fruisce, costi adeguati alla qualità e quantità del servizio di trasporto pubblico, come effettivo strumento utile all’alleggerimento  della circolazione dei mezzi privati. Lo stesso esiguo parco mezzi  su gomma con  “vetusta età”, che non hanno neanche una adeguata manutenzione (vedi i tanti incendi di bus anche nelle zone centrali!), acquisti poco efficaci con mezzi già obsoleti e inquinanti, rispetto alle disposizioni comunitarie per la loro circolazione, un rallentamento nella scelta originaria di potenziamento, anche nelle zone periferiche o semi centrali, del trasporto con tram elettrici.  Bus e tram, metropolitane  (i cui lavori di consolidamento, manutenzione anche delle stazioni, sviluppo delle linee lasciano molto a desiderare…), che risultano, in questa fase di pandemia, pure strumenti a rischio di diffusione del covid, come recenti inchieste stanno appurando, aumentando fattori di rischio e pericolo per la salute e la sicurezza degli utenti e anche del personale viaggiante dell’Azienda, le cui condizioni di sicurezza sono state spesso motivo di scioperi e proteste dei dipendenti.  Due aziende sicuramente male amministrate e dirette, spesso con gestioni in passivo,  per Atac molti cittadini e organizzazioni hanno chiesto, pure con un referendum popolare, la  totale privatizzazione, nella illusoria e sbagliata concezione che rispetto al pubblico servizio, mal gestito e con dirigenti troppo soggetti a fenomeni di cattiva gestione delle risorse economiche (se non a reati come corruzione e malversazione…), con spreco di soldi pubblici, la gestione affidata ad aziende private, che campano invece sul profitto e sul lucro, possa avere degli effetti positivi. L’ esperienza pratica negli Enti Locali a livello nazionale, ha invece dimostrato che tale idea di privatizzazione (alla quale si nasconde poi l’effetto della liberalizzazione di tariffe e aumento di costi per biglietti, tessere e abbonamenti, a danno degli  utenti e fruitori del servizio, specie le fasce sociali ed economiche più disagiate e meno abbienti, senza un miglioramento effettivo della sua qualità  e funzionalità, del servizio di trasporto locale…), non ha mai avuto specie per le grandi città, né una maggiore efficienza dei tempi di percorrenza dei mezzi, né una diminuzione dei costi (ai quali si aggiungono le maggiori spese per gli appalti, a prescindere se cadano nelle mani di speculatori, alla ricerca di profitto su servizi una volta pubblici dati con appalti o di gruppi criminali con società di comodo, che prenderebbero il sopravvento pure sulle aziende private più trasparenti), né una maggiore capacità di risolvere la questione mobilità e congestionamento del traffico cittadino. La sperimentazione del percorso di RISTRUTTURAZIONE E RIORGANIZZAZIONE, delle varie società comunali e partecipate di Roma Capitale, la c.d. Holding Campidoglio sul progetto elaborato dall’ex assessore Colomban, vede da apripista  l’Azienda Speciale comunale FARMACAP, che gestisce attualmente 44 farmacie comunali, 10 sportelli sociali di prossimità in quartieri popolari e periferici aggregate alle farmacie comunali e il servizio di prenotazione sanitaria del Recup, ormai in mobilitazione permanente da tempo e messa con 6 anni di gestione Commissariale al posto di un regolare CdA e con una serie di Direttori Generali ad interim che restano in carica per anni, con prossima  manifestazione prevista per il 22 aprile mattina sotto la sede della Farmacap a via Ostiense 131L,  verso un processo di LIQUIDAZIONE AMMINISTRATIVA, di dismissione della forma societaria attuale, per favorire la svendita del patrimonio delle farmacie comunali sul territorio cittadino, connesso allo smantellamento della struttura di polo farmaceutico-socio sanitario e sociale nei quartieri periferici nella Capitale d’Italia, baluardo contro operazioni di speculazione finanziaria, di controllo del territorio e di una politica mercantile non meritevole di tutela, a danno dei settori popolari e meno abbienti di Roma. Con reiterati tentativi, di non dare corso nemmeno alle indicazioni e orientamenti, con mozioni approvate anche nell’ultimo consiglio comunale straordinario del 10 marzo 2021 dall’Assemblea capitolina, per cercare con ulteriori decisioni consiliari, di far approvare un piano economico finanziario, mai sottoposto a verifica e consultazione né sindacale né consiliare, finalizzata ad ottenere tali obiettivi di liquidazione e dismissione – trasformazione societaria e aziendale, mettendo a rischio posti di lavoro, condizioni di lavoro, compresa salute e sicurezza, degli oltre 300 dipendenti, i cui stipendi e retribuzioni sono messi a rischio, a fronte  di regolari prestazioni lavorative offerte alla cittadinanza, specie quella più disagiata, anche da una cattiva gestione con le banche dei fidi di copertura finanziaria. Le stesse istituzioni culturali come le Biblioteche comunali,  vedono un numero inadeguato di dipendenti capitolini, per tenerle aperte tutta la settimana, una volta che la Pandemia terminerà e torneranno le iniziative socio culturali in presenza. Già da anni parte del personale, addetto al front office e al prestito, man mano che il personale comunale è collocato in pensione, è sostituito e fornito dalla società  ZETEMA Progetto Cultura (ente strumentale di Roma Capitale che ne è socio unico, che gestisce molte attività culturali e i grandi eventi in città, con oltre 800 dipendenti a tempo indeterminato e l’utilizzo con società esterne, per le sostituzioni e attività collaterali a quelle istituzionali, di molte decine di precari e precarie), che ha il contratto di servizio sia con Roma Capitale che con l’Istituzione Biblioteche di Roma, per la gestione dei musei civici e di altri servizi non più gestiti da personale capitolino. Carenze di organico nelle biblioteche comunali, riorganizzazione imposta dalle Direzioni della struttura con un confronto sindacale limitato e poco efficace, con scelte unilaterali datoriali, problemi su salute e sicurezza nelle biblioteche dell’Istituzione, una continua battaglia per evitare che i vari fondi di produttività collettiva, le parti di salario variabile delle retribuzioni del personale comunale di Isbcc, che incidono ormai per il 30% della retribuzione globale mensile del personale, siano sostituiti, con fondi premiali individualizzati o per ristretti gruppi di dipendenti legati a valutazioni e “pagelline” di schede di valutazione, alla stessa stregua di quanto avviene nella stessa Amministrazione capitolina, per il resto dei circa 23 mila dipendenti. Anche nella società Zètema, come per il personale comunale dipendente di Roma Capitale, sia come effetto del lavoro agile o smart working connesso al fattore di rischio della pandemia con la riduzione del lavoro “in presenza”, che per effetto delle valutazioni con apposite schede individuali, fatte dai responsabili delle varie strutture e servizi,  che incidono sulla progressione di carriera come per il salario accessorio e variabile, si stanno creando sacche di disagio e di trattamento differenziato, come fattore di divisione tra lavoratori e lavoratrici (il 70% del totale della forza lavoro di Zètema, sono donne) e di possibili disparità di trattamento, con un modello di controllo datoriale, accentuato da continui processi di digitalizzazione e di gestione informatizzata delle attività, che svilisce non solo professionalmente chi era abituato  ad un lavoro più ”umano” e di relazioni sociali dignitose, con gli inevitabili effetti di frammentazione sociale, di progressiva eliminazione dello spirito di aggregazione e di autodifesa collettiva, lasciando spazi e margini per gestioni individualizzate e premiali. Applicato al settore della CULTURA, sia per il personale comunale di Isbcc che per quello, privato della società Zètema, se non si sviluppano anticorpi di iniziative collettive di resistenza per un modello di organizzazione del lavoro e delle attività diverso da quello proposto e in via di imposizione, tale modello e meccanismi correlati, rischiano di produrre  danni notevoli a lavoratori e lavoratrici. Né mancano situazioni critiche anche in altre aziende partecipate, si cita RISORSE PER ROMA Spa, nata come risposta occupazionale per una parte dei lavoratori EX LPU storici su alcuni progetti, nonché di ricollocazione su servizi non più gestiti da personale capitolino di alcuni Dipartimenti, di personale proveniente da società “decotte” o, come avvenuto durante la GIUNTA ALEMANNO, come serbatoio assunzionale e occupazionale di scambio elettorale/clientelare e di giri di affari e speculazioni, oggetto di inchieste giudiziarie, con dirigenti non all’altezza dei loro compiti e funzioni, con una carente gestione complessiva, con una penalizzazione anche della forza lavoro che, in buona fede, lavora in questa società partecipata. Se si aggiunge che le deleghe per questi tipo di società, che svolgono compiti e servizi esternalizzati anche nelle sedi comunali, hanno visto una girandola e sostituzione di persone competenti ed esperti tecnici (da Berdini a Minenna, per l’Ambiente della stessa Muraro) con altri personaggi omologati alla Giunta in carica o peggio “chiacchierati”. In tale scenario, si inserisce la situazione del personale che gestisce i servizi esternalizzati, di supporto e custodia, di pulizie, di ausiliariato, di trasporto scolastico, di  assistenza al personale educativo e insegnante, nei nidi comunali e nelle scuole comunali e statali dell’obbligo, attraverso la società ROMA MULTISERVIZI SpA, partecipata di secondo livello (il 51% del pacchetto societario è dell’AMA, di totale proprietà comunale), la cui Direzione Generale continua, con la complicità delle burocrazie sindacali di sindacati concertativi (che spesso hanno sottoscritto accordi di natura penalizzante e nei fatti peggiorativa, dando legittimazione all’azione datoriale), a non rispettare norme e leggi, su importanti istituti del rapporto di lavoro, come per le ferie, la gestione clientelare (con distribuzione di migliaia di ore erogate a chi si sottomette a tale modello, con un controllo asfissiante dei vari capisquadra) su straordinario e ore supplementari (molte lavoratrici e lavoratori dell’appalto in global service, sono in regime di part time), il mancato riconoscimento del pagamento sui 12 mesi, dei contributi previdenziali e pensionistici, erogati solo per la durata dei contratti da 8 a 10 mesi, oltre ad un trattamento penalizzante anche per le tutele su salute e sicurezza, derivanti dai maggiori fattori di rischio e pericolo da covid 19, nonché da un aumentato materiale del carico di mansioni e attività da svolgere nei nidi e nelle scuole. Si è consolidato un modello di relazioni interne, anche sindacali, di stampo feudale,  con un utilizzo della forza lavoro che ricorda i servi della gleba. Nonostante una presenza combattiva di struttura autorganizzata di Usi, che in passato aveva pure sottoscritto accordo sindacale nel 2010, bloccando i vari tentativi di ridurre la forza lavoro con procedure di licenziamento collettivo e di cassa integrazione, i ricorsi legali e le cause messe in opera, le forme anche creative di mobilitazione operaia, non si è riusciti a scalfire, finora, questo sistema consolidato feudale e clientelare,  accentuato dalla frammentazione derivante dalla pandemia e dagli effetti del covid 19, che hanno minato la solidarietà e l’azione collettiva, riportando allo stato attuale la situazione in una condizione di apparente “normalizzazione” e rassegnazione operaia dei circa 2500 persone dell’appalto in global service nei servizi scolastici educativi, sul totale dei circa 3300 dipendenti di Roma Multiservizi SpA, malgrado il forte consenso, anche con petizione popolare che aveva raccolto circa 22 mila firme di cittadini-e a sostegno,  per un percorso di RI-PUBBLICIZZAZIONE DEL SERVIZIO con l’assorbimento della forza lavoro utilizzata a profilo operaio, riportando la gestione da semi-privatistica a gestione totalmente pubblica. Collegato al sistema di Roma Multiservizi, ma reso autonomo da gennaio 2020, per effetto di un appalto centralizzato suddiviso in 15 lotti, tanti quanti sono i Municipi di Roma Capitale, affidati a 15 società diverse, è la condizione delle circa 4000 persone, in maggioranza donne, che lavorano nella ristorazione scolastica e nelle mense, dove la chiusura dei servizi per effetto della pandemia nel 2020 e la gestione differenziata in 15 società diverse, ha reso difficile il collegamento tra lavoratrici nei vari municipi, con iniziali differenziazioni di inquadramento contrattuale, di orari e ritmi di lavoro tra chi lavora nei nidi e chi nelle scuole, di utilizzo di forme di lavoro precario specie per il personale di assistenza alle mense, le ausiliarie, di difficoltà per le cuoche di reggere le modificazioni nei regimi alimentari, nelle diete speciali, nelle mansioni diverse dal sistema precedente, dove gli asili nido fino al 2019 erano gestiti da Roma Multiservizi e il resto della ristorazione era affidato a società e cooperative, con una disparità oggettiva nei percorsi di formazione, aggiornamento e di organizzazione del lavoro. Solo in alcune situazioni e Municipi, dove si sono sviluppati percorsi di aggregazione sindacale indipendente dal modello concertativo e filo aziendale, finora dominante, si è riusciti a modificare la situazione, facendo ottenere migliorie alle lavoratrici, cuoche e anche la stabilizzazione di parte del personale ausiliario – ASM, con grande sconcerto delle burocrazie dei sindacati concertativi che si sono subito mobilitati, in questi mesi e dopo una certa inazione, per cercare di arginare tale percorso di autorganizzazione che sfuggiva loro di mano e che non doveva diventare un esempio virtuoso, da seguire, riportando la concertazione con le gestioni datoriali, nelle maggiori aziende del settore  che hanno i vari lotti dell’appalto della ristorazione scolastica a Roma, con tanto di sterili tavoli di confronto, con il Dipartimento comunale che è la stazione appaltante centralizzata, mantenendo anche la divisione, per l’organizzazione interna e il modello organizzativo gestionale, tra il personale comunale di asili nido e delle scuole con il personale della ristorazione e quello di Roma Multiservizi, lasciando attualmente un situazione di frammentazione, di divisione sociale, che non giova certo agli interessi reali e ai bisogni del personale comunale ed esternalizzato, né tanto meno promuove quel collegamento utile, a partire dalla questione salute e sicurezza sul lavoro e degli ambienti di lavoro, delle mansioni intrecciate tra le varie figure professionali presenti nei nidi e nelle scuole, che riporti al centro gli utenti finali di tutti questi servizi e attività: i bambini e le bambine, alunni e alunne fruitori e beneficiari, specie per la fase di ritorno in presenza.  Situazione analoga si è verificata anche per il servizio di assistenza scolastica, di integrazione sociale e di inclusione di alunne-i con disabilità, nelle scuole comunali e in quelle statali dell’obbligo, svolto dal 1985 attraverso gli Aec (Assistenti Educativi Culturali) oggi denominati   a livello regionale (ma non nella regolamentazione comunale del 2017) OEPA (Operatori Educativi per l’Assistenza), dove l’originaria figura di personale comunale, dal 1998 considerato ruolo chiuso ad esaurimento come Aec, dal 2000 è servizio affidato prima a gestione mista (personale comunale Aec, che quando va in pensione è sostituito da chi ha l’appalto municipale tramite cooperative ed enti, attualmente sono rimasti 9 dipendenti comunali Aec) e personale socio o dipendente, anche con contratti part time o a tempo determinato di durata variabile tra 8 e 10 mesi (esclusi i mesi estivi), gestito da varie cooperative, che oramai utilizzano circa 3000 persone in tutte le scuole dove è erogato il servizio, per legge di pertinenza dell’ENTE LOCALE (dalle scuole dell’infanzia comunale fino alle scuole medie). Le condizioni lavorative del personale esternalizzato, sono simili a quelle di Roma Multiservizi, su mancato pagamento dei contributi nei mesi estivi, con salari e retribuzioni e diritti ridotti per un uso massiccio del regime contrattuale a part time, per tutele differenziate tra cooperative e tra Municipi, su tariffe orarie lorde corrisposte da Roma Capitale e retribuzioni degli Aec-Oepa, sulla gestione di ferie o permessi, sulla stessa corretta applicazione delle leggi sul lavoro o del CCNL Cooperative Sociali, nei casi più eclatanti, con una gestione familiare ma di forte controllo sociale del personale, con trattamenti anche discriminatori, operati nei Municipi e nelle scuole statali, da parte di funzionari che ancora non hanno ben chiaro il compito, le funzioni, la natura delle attività di Aec-Oepa, per la realizzazione piena ed efficace  del diritto allo studio, all’istruzione, all’inclusione scolastica e sociale di alunni-e con varie forme di disabilità psico fisico, sensoriale e cognitivo, coniugata con il diritto all’assistenza e al lavoro di chi eroga questa importante attività. Un percorso popolare e dal basso, attraverso una Delibera di Iniziativa Popolare per la RIPUBBLICIZZAZIONE DEL SERVIZIO e l’assorbimento di tutto il personale (e in conformità con disposizioni lecite e legali per le Pubbliche Amministrazioni, nel rispetto dei principi costituzionali sul reclutamento e di razionale gestione, con una proposta articolata e chiara, di costituzione di una Istituzione totalmente pubblica, con l’assorbimento in graduatoria unica centrale, della forza lavoro effettivamente impiegata con qualifica OPERAIA degli ENTI LOCALI, con procedura semplificata di “selezione pubblica” analoga a quella praticata dal MIUR, per l’inserimento del “suo precariato- personale Ata ex LPU”; NESSUNO AVEVA SCRITTO NEL TESTO DELLA DELIBERA CHE SI VOLEVA ESSERE ASSUNTI AL COMUNE DI ROMA, perché la questione era troppo complessa e non avrebbe portato alla stabilizzazione di tutti e tutte…), con un ampio comitato promotore che raccolse oltre dodicimila firme a sostegno. Percorso che poi è franato, per scelte poco opportune di alcune componenti del Comitato promotore della Delibera di Iniziativa Popolare, che hanno prevaricato e spinto per evitare di “disturbare troppo il manovratore”, non sostenendo con adeguate forme di pressione e di lotta e accettando lo scambio di sospendere la messa in votazione del testo originario della Delibera, al posto di sterili e infruttuosi tavoli di concertazione con gli Assessori della maggioranza del M5S a guida Raggi, che hanno solo permesso di prendere tempo, illudere lavoratori e lavoratrici, spaccare l’unità che si era costruita nel Comitato Promotore della Delibera di Iniziativa Popolare, per poi spacciare un percorso illusorio e da “specchietto” per le allodole, parlando di “internalizzazione “ al Comune e attraverso una procedura CONCORSUALE, molto lunga che se andasse bene (richiedendo modifiche alle Delibere Consiliari, come la 80 2017, quella del piano assunzionale 2021 2023 dove i posti per gli AEC OEPA NON CI SONO IN ORGANICO, INSERIRE UNA FIGURA PROFESSIONALE NUOVA COME OEPA, al posto di quella obsoleta e a ruolo chiuso e ad esaurimento di AEC, metterci la copertura finanziaria necessaria, fare la PROCEDURA DI CONCORSO su un profilo educativo con titoli o lauree, che molti non hanno, oltre al faticoso percorso dei tavoli di negoziazione con i sindacati concertativi presenti a Roma Capitale…),   porterebbe SU 3000 PERSONE CHE LAVORANO COME OEPA-AEC, a circa 300 nel 2023…sempre ammesso che la GIUNTA RAGGI E I SUOI ASSESSORI (DE SANTIS E MAMMI’) siano ancora in sella per un secondo mandato consiliare e di governo di Roma Capitale (si vota nell’autunno del 2021…). OPERAZIONE QUESTA, CHE SPACCA E DIVIDE IL PERSONALE CHE CI HA LAVORATO, permettendo solo a una minoranza di poter accedere, tra due anni, a questo profilo professionale, LASCIANDO CIRCA 2700 PERSONE fuori dai percorsi di assorbimento. UN’OPERAZIONE DA CAMPAGNA ELETTORALE DELLA SINDACA E DEI “SUOI” ASSESSORI IN CERCA DI CONFERMA NEL MANDATO, UNA FALSA INTERNALIZZAZIONE, con l’effetto che NEL FRATTEMPO, IL SERVIZIO EROGATO PORTERA’ O ALLA PROROGA ALLE COOPERATIVE CHE HANNO GI APPALTI, DI PROSEGUIRE COME HANNO FATTO FINORA, visto che il bando di gara centralizzato (suddiviso in 30 lotti e con la procedura di individuazione dei 30 soggetti cooperativi, già effettuata) predisposto da Roma Capitale è sospeso, in una competizione tra cooperative che poco riguarda gli interessi di chi lavora come Oepa Aec e senza mettere in conto la posizione ufficiale delle 3 centrali cooperative e di autorevoli soggetti del terzo settore, che spingono come prospettiva da loro sostenuta, di “superamento del meccanismo degli appalti” (e delle garanzie di tutela salariale, normativa e di vincoli di sostenibilità finanziaria, di liquidità di chi gestisce i servizi…) attraverso L’INTRODUZIONE DEL SISTEMA DI ACCREDITAMENTO (cioè l’individuazione di un certo numero di cooperative ATI, RTI, CONSORZI, che l’Amministrazione Capitolina dopo confronto con le varie parti sociali, seleziona e sceglie per lo svolgimento e affidamento, in regime di accreditamento degli enti individuati,  del servizio di assistenza, inclusione scolastica e realizzazione del diritto allo studio per alunni-e con varie forme di disabilità, una fascia di utenza che è ancora in aumento sensibile numerico e percentuale, sulla popolazione scolastica).  Di promesse da campagna elettorale di questo genere, all’inizio del primo mandato in scadenza, la Raggi e i suoi assessori in Giunta, utilizzando il termine generico di “internalizzazione”, poi smentito nei fatti, lo avevano già fatto per I CANILI COMUNALI (i cui ex lavoratori dell’Associazione che aveva l’affidamento, NON SONO STATI RICOLLOCATI da chi ha vinto un appalto “chiacchierato” per la sua regolarità, NE’ INTERNALIZZATI, NE’ PAGATI PER LE COMPETENZE ARRETRATE con cause di lavoro in corso…), O PER I DIPENDENTI DI ROMA MULTISERVIZI dell’appalto in global service, di cui si è descritta la situazione in precedenza.               La Sindaca Raggi, intende candidarsi per un secondo mandato, con una Giunta dove tra i suoi componenti, vi sono personaggi che, per esperienza concreta nelle Commissioni Consiliari, nelle sedute di alcuni Consigli comunali straordinari, in alcuni tavoli di confronto, si è verificato  anche personalmente, hanno dato prova della loro scarsa competenza,  su materie affidate alle deleghe dei loro Assessorati, non solo da un punto di vista tecnico, ma anche come sensibilità politico istituzionale. Assessorati che si sono circondati in questi anni, dopo aver criticato da opposizione all’Assemblea Capitolina, i tanti consulenti e tecnici a contratto delle precedenti Amministrazioni, di una serie di “esperti”, fedeli alle direttive del M5S trasformatosi nel frattempo in forza politica come altri partiti, che in alcuni caso sono diventati poi componenti della Giunta Capitolina, o hanno ricoperto posizioni dirigenziali apicali all’interno dell’ Amministrazione, tra Dipartimenti e Direzione Generale della Capitale d’Italia, troppo subalterne ad interessi e poteri forti, non solo presenti in città, ma anche con respiro nazionale, proseguendo nella stessa linea di intervento già vista ai tempi delle proposte di ristrutturazione e di riorganizzazione in termini d’impresa di tutta la macchina capitolina, delle aziende pubbliche e partecipate e del sistema degli appalti su importanti opere e servizi pubblici, sostenute dall’assessore Colomban, dai suoi tecnici e pienamente legittimata e sostenuta, come linea d’azione istituzionale, dalla Sindaca Raggi e dai componenti omologatisi della Giunta. Infatti, assessori non fedeli a tale linea di intervento, sono stati invitati ad andarsene o cacciati senza tanti complimenti, perché provavano a contrastare interessi dei poteri forti capitolini e non solo, che si pongono in contrasto con gli interessi e bisogni fondamentali delle classi lavoratrici, dei settori popolari meno abbienti (che in misura rilevante avevano votato e dato fiducia alla Raggi e alle sue promesse), in merito alle politiche educative e scolastiche, ai servizi sociali e socio assistenziali, alle politiche attive del lavoro (non dimentichiamo la vicenda storica del precariato nei nidi e nelle scuole, dell’approccio per la formazione professionale e dei Centri di Orientamento al lavoro COL, oltre alle vicende sopra descritte), delle politiche ambientali e di tutela urbanistica, del diritto all’abitare, contro le speculazioni affaristiche e finalizzate al profitto di pochi, a danno di tante-i, in una città che poi dovrebbe valorizzare e sviluppare, le notevoli risorse culturali, di interesse turistico, paesaggistico, archeologico-culturale, museale che ha a disposizione, risorse quasi distrutte da oltre un anno di pandemia e di chiusura di strutture, con il corollario non indifferente, di posti di lavoro persi nel settore dei pubblici esercizi, del turismo e della stessa produzione culturale, teatrale, museale.       Un danno per Roma, per la cittadinanza e per chi ci lavora e ci abita (residenti ufficiali a Roma circa 2.800.000 persone, con almeno circa 1.200.000 di pendolari non residenti che per motivi di lavoro e di studio, la frequentavano quotidianamente e prima della pandemia, un volume di presenze  annuali di oltre 25 milioni, tra turisti, pellegrini, comitive di viaggiatori…), che ancora non si era ripresa dai danni dello spostamento di soldi pubblici e di vantaggi clientelari e criminali, dei fautori e sostenitori del c.d. “SISTEMA DI MAFIA CAPITALE”, come meccanismo oliato e strutturato a sistema, che si era inserito e controllava settori rilevanti di attività cittadine, non solo su appalti di opere pubbliche e di servizi, in nome di una “cultura dell’emergenza”, contraria a ogni programmazione e pianificazione razionale, territoriale, lavorativa e sociale che fosse la risposta articolata ai tanti bisogni e necessità di ci lavora e vive nella Capitale d’Italia, come interessi pubblici e collettivi meritevoli di tutela, che una Giunta Comunale, ORGANO DI GOVERNO E  DI SUPPORTO AL SINDACO, dovrebbe sostenere, contrastando le tendenze criminogene, di privilegio speculativo-affaristico di pochi gruppi di pressione e potere, rispetto agli interessi generali della cittadinanza e utenza dei servizi, nonché una fase di sostegno alle tante realtà associative, culturali, sociali, presenti nei quartieri popolari e nelle periferie, pian piano estromesse dall’intervento nelle zone centrali della città, da trasformare in quartieri vetrina con il graduale passaggio di allontanamento di settori della popolazione in precedenza residente o con attività artigiane storiche in via di chiusura per la difficoltà di reggere la competizione e la concorrenza di grandi gruppi e aziende. Attività di natura aggregativa, solidale e su progetti di cooperazione, che o si piegano omologandosi al sistema ora dominante, per ottenere finanziamenti o mantenere aperti spazi e forme di intervento, oppure sono destinate ad essere attaccate, denigrate o costrette all’esilio o alla chiusura, anche in forma violenta (ne abbiamo avuto un esempio con la Camera del lavoro autorganizzata roma sud est del Quarticciolo, attiva per ben 15 anni e dalla biblioteca popolare dell’Infoshop la Talpa) o con uno strangolamento progressivo di finanziamenti e di limitazione di intervento in quartieri popolari (dalla Casa Internazionale delle Donne, al centro Lucha Y Siesta, agli spazi dei consultori e dei centri di aggregazione per assistenza, diritti e libertà civili delle donne…) perché portatori e portatrici di interessi non sottomessi alle leggi e alle regole di “mercato”, legale o illecito che sia. Purtroppo, si deve anche rilevare la debolezza politica e l’eccessiva frammentazione presente non solo nella “sinistra associativa e sociale”, che ha portato anche a dover veder fallire interessanti progetti di cooperazione e di intervento popolare (come il progetto, mutuato dalle esperienze catalane di Barcellona), di un percorso definito a Roma di INFRA–MAG, che sarebbe stato di forte ausilio anche in termini di accesso al credito autogestito e partecipativo e al sostegno economico alle tante idee  e progetti, sia della stessa sinistra istituzionale, al di fuori quindi del Partito Democratico P.D., che è ancora in cerca di una sua ricollocazione e di uno sviluppo capillare, dai posti di lavoro ai territori (ndr dai quali anche se in forma marginale, sia la sinistra sociale che quella istituzionale, non se ne è mai andata…quindi non ci sta come afferma il Pd, il bisogno di “tornare nelle periferie e nei quartieri popolari”, perché anche se in forma limitata, parziale o su singoli aspetti, non ce ne siamo mai allontanati…), nonché alla partecipazione alle tornate elettorali, specie le amministrative, con cartelli e percorsi, piattaforme e proposte che siano capaci di riaggregare le forze sane in città e di riportare settori disillusi, impauriti, impoveriti dalla crisi e dalla pandemia, all’intervento attivo e non di semplice delega.       Poi, ci siamo anche noi, quei gruppi di lavoratori e lavoratrici che, presenti e attivi nelle varie situazioni sopra descritte e in altre, ci siamo conquistati diritti sindacali e agibilità di intervento, senza cedere alle facili omologazioni o a compromessi indegni della nostra storia e della pratica quotidiana, mantenendo rappresentanze sindacali interne e combattive in molti posti di lavoro o settori; dalle strutture con associati e associate e rappresentanze a Roma Capitale, nelle Biblioteche comunali, a Zètema, a Farmacap, a Roma Multiservizi, a Risorse per Roma, in molte cooperative sociali ed enti del terzo settore nella vasta gamma di attività esternalizzate, nelle imprese di pulizia o della ristorazione scolastica, fino alle scuole e alla sanità, cercando di mantenere forme costanti di collegamento, di informazione, di aiuto e di azione. La pandemia ha rallentato le attività e le capacità di intervento reale, limitando molto le iniziative in piazza in presenza, nonché creato maggiori difficoltà nel resistere in forma collettiva, alle tante pressioni e disagi che hanno attanagliato, lavoratori, lavoratrici e le loro famigli, frammentando percorsi di lotta, di autorganizzazione, che non hanno avuto ancora possibilità di svilupparsi o di consolidarsi, con un’accentuazione anche esasperata, dell’individualizzazione persona leda parte di dipendenti, di questioni che sono invece comuni e collettive e che vanno contrastate, in modo solidale, combattivo e collegiale. Ci siamo trovati di fronte alla necessità di dover fare tutela individuale di esigenze e problemi, anche emergenziali,  sui posti di lavoro, compito al quale non ci siamo sottratti (e in molti casi anche risolti, pur con le nostre limitate forze economiche e organizzative), pur specificando che non è quello il compito prioritario di un sindacato autorganizzato, autogestito, autofinanziato, solidale e indipendente come il nostro. Né ci siamo tirati indietro, nelle varie lotte collettive e “vertenze” sui posti di lavoro, sia in forma autonoma che cercando, quando possibile, di sviluppare l’unità d’azione tra lavoratrici e lavoratori, a prescindere dalla loro diversa collocazione sindacale, con l’unità di intenti con altre strutture sindacali, su obiettivi precisi e senza compromessi identitari, con la finalità di contribuire allo sviluppo dei RAPPORTI DI FORZA, condizione necessaria per l’affermazione di diritti nuovi e la difesa di condizioni salariali e normative già esistenti, dagli attacchi datoriali, padronali o da chi nelle istituzioni, antepone i propri interessi privati o di casta, a quelli da noi rappresentati e difesi, di natura pubblica e collettiva, che è la funzione e compito prioritario di un’organizzazione sindacale combattiva e attiva. Non sempre questo percorso ci riesce, a volte i lavoratori e le lavoratrici si rassegnano alla miseria dell’esistente o non trovano la forza e la volontà, di uscire dalla loro dimensione personale, per costruire percorsi combattivi, chiari, di lotta e autodifesa collettiva. Altre volte il quadro sindacale presente, non ci permette di costruire la giusta unità di azione, non avendo noi Usi alcuna velleità autoreferenziale, ma la giusta consapevolezza che in assenza di condizioni minime, a volte l’iniziativa indipendente e autonoma, resiste alle pressioni delle controparti politiche e datoriali e dà la spinta ad altri sindacati, anche distanti dalle nostre antiche e attuali pratiche sindacali, per avvicinarsi e limare le differenze. In ogni caso, tutte queste difficoltà non ci hanno fermato, come non ci fermeranno né politicanti né padroni,  il nostro impegno concreto rimane costante, ribadendo l’attualità, la validità e la fattibilità, di  quell’antico progetto e idea che diede vita, nel 1912 alla nostra Confederazione: l’USI.

Giuseppe Martelli 

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