L’Unione Sindacale Italiana, le occupazioni dimenticate o occultate, il “biennio rosso”: i troppi pezzi che mancano all’appello

09th March 2021 - General - Comment -

Appena a ovest del centro di Genova, le strutture Ansaldo si distribuivano territorialmente per migliaia di km quadrati tra Sampierdarena, Cornigliano e Sestri Ponente (ora tutte comprese nella città di Genova) e si articolavano in dieci megastrutture: i cantieri a Sestri Ponente (3), i cantieri meccanici, le fabbriche e gli stabilimenti metallurgici (4) a Cornigliano ed infine gli stabilimenti meccanici e le officine a Sampierdarena (3). La mattina del 20 febbraio 1920 l’ingegnere Giuseppe Pozzo correva ansimante verso l’ufficio postale di Cornigliano. Doveva fare una comunicazione urgente, indifferibile e la via migliore era un telegramma. Era ancora incerto su cosa dettare di preciso al telegrafista. Dire che era accaduto qualcosa di grave e chiedere istruzioni oppure limitarsi a parole secche e precise e dire solo quello che stava accadendo? L’ingegnere Giuseppe Pozzo era direttore di produzione delle acciaierie Ansaldo (40 stabilimenti) di proprietà dell’industriale Mario Perrone: decine di migliaia di operai impiegati in tutti i settori. Da tre giorni stavano capitando cose impensabili: i lavoratori avevano preso gli stabilimenti, i lavoratori avevano occupato tutto. Non c’era più nessuna autorità riconosciuta. E allora, cosa dire a Sua Eccellenza Mario Perrone? Meglio essere brevi e sintetici, pensò l’ingegnere: DD Cornigliano 20 febbraio 1920 ore 18.30 Urgente Mario Perrone Società Ansaldo Roma Piazza Colonna 366 Stop. “Pregiomi informare la SV che acciaierie chiuse dal giorno 17 sono state occupate dagli operai che lavorano tuttora per conto loro senza capi. Stop. Ing. Giuseppe Pozzo.” ***** Il periodo 1919-20 è sempre stato nominato dalla storiografia come il periodo del “Biennio Rosso” -  e all’interno di questo la “Occupazione delle Fabbriche” (settembre 1920). È noto che la fine della prima guerra mondiale comportò una grande espansione del conflitto sociale e di classe in Italia e in Europa. È noto anche che soprattutto in Italia il conflitto sociale fu particolarmente acuto ed articolato in diffuse aree geografiche, non solo industriali ma anche rurali. Un conflitto generato principalmente da un malcontento di ordine sociale ed economico su larga scala a cui lo Stato rispondeva con i soliti mezzi: repressione e piombo sui lavoratori. Quello che non è noto – e nella migliore delle ipotesi messo in quarto o quinto piano – è che “dai campi e dalle officine” (e oltre) gran parte della classe lavoratrice non intendeva più obbedire alle ferree regole della disciplina sociale imposta sui luoghi di lavoro dalla borghesia imprenditoriale. Dalla crisi economica del dopoguerra questo gruppo sociale, padrone assoluto nei propri ambiti e profondamente connesso a tutte le istituzioni statali, intendeva uscirne non solo con i propri privilegi intatti ma soprattutto moltiplicando le proprie sfere di azione politica e sociale.  Eppure, questo gruppo sociale era amaramente consapevole che “tutto” all’interno dei propri settori era in discussione: a partire dai principi di proprietà e di autorità. Che fossero poi nelle fabbriche o nei campi, intere folle di lavoratori erano in agitazione permanente per il lavoro, la vita e l’esistenza, minando le basi della gerarchia sociale e dell’autorità come principi assoluti. L’ipotesi di una rivoluzione non riguardava tanto i “rumorosi” fenomeni di superficie come l’incremento elettorale del Partito Socialista, eventi e propositi rivoluzionari che giungevano da ogni parte o le dinamiche politiche, ma quello che stava accadendo nei luoghi di lavoro. Per comprendere un tale fenomeno converrà partire dai fenomeni di superficie. Ciò che stava accadendo nei luoghi di lavoro era anche il terreno di scontro all’interno del “mondo” socialista, sia a livello politico che sindacale. Se il PSI era “diviso” tra la corrente riformista e quella del programma “massimo”, la Confederazione Generale del Lavoro – CGL - nei suoi vertici organizzativi era saldamente in mano alla corrente riformista con alcune eccezioni. L’improvvisa apparizione dei “consigli operai di fabbrica” fu il primo terreno di scontro di questo “mondo”. Originariamente, nel periodo bellico, negli stabilimenti di produzione vennero formati organismi chiamati “commissioni interne”, un eufemismo che in realtà nascondeva il complesso fenomeno della militarizzazione del lavoro. Finita la guerra e contestualmente agli “scoppi” rivoluzionari in Europa che avevano portato in auge il “consiliarismo”, in alcuni grandi centri industriali del nord Italia e non solo, questi organismi di lavoratori si trasformarono rapidamente in agenti dinamici del conflitto sociale, allargando in modo significativo gli ambiti delle proprie attività sia all’interno che all’esterno delle fabbriche e delle officine, andando ben oltre i livelli sindacali ufficiali. Il punto di partenza era il senso da dare alla propria esistenza lavorativa e questo fu percepito subito dalla CGL come un pericolo e un primo passo per una radicale contestazione alle proprie forme organizzative. Queste “forme” vennero presto sostituite da collettivi d’insieme di lavoratori, sia nel proprio ambito lavorativo che nelle articolate connessioni rappresentate dalla produzione materiale della fabbrica o di un centro industriale. Che fossero o no aderenti a un sindacato tutti i lavoratori di un ramo di produzione erano “consiglio”, agivano secondo forme orizzontali di democrazia diretta, erano pronti per l’autogestione della produzione, auspicavano che “quel modo di fare” fosse la vera essenza della rivoluzione. Queste nuove modalità non spaventavano solo lo Stato e le sue forze di repressione ma anche l’intero “padronato”. E in molteplici aspetti allertavano il riformismo sindacale e disorientavano le dinamiche politiche anche rivoluzionarie all'interno delle principali correnti del socialismo italiano. I fenomeni politico-sociali hanno in questo caso una profondità ben definita. Occorre toccare con mano la “grana fine” delle cose perché è questa che costruisce e conferisce senso a contesti più ampi ed articolati. E soprattutto c’era un “qualcosa” di parallelo alla nascita dei “Consigli” e che rispondeva ad una radicale trasformazione sociale. Ma torniamo lì, all’Ansaldo, al complesso industriale e siderurgico più grande di Italia e ai gravi e preoccupati interrogativi dell’ingegnere Pozzo il quale, a parte il noto telegramma che avvisava di stabilimenti occupati dagli operai e del lavoro che continuava senza “capi”, non riusciva a capire il “come” e il “cosa” facevano questi operai. Eppure, l’ingegnere non poteva ignorare il “perché”. Proprio agli inizi del 1914 la proprietà Ansaldo rivoluzionò i propri cicli di produzione, acquistando dalla Haniel & Lueg di Dűsseldorf, una pressa idraulica in grado di fucinare e sagomare fino a 15.000 tonnellate di pressione e con 650 atmosfere. Dopo un primo periodo di preparazione, la messa in opera a pieno regime coincise con l’entrata in guerra dell’Italia e l’immediata militarizzazione del lavoro. Le prime conseguenze, derivate dalle fasi di automazione della pressa, riguardò dislocazioni forzate di centinaia di lavoratori, aumenti vertiginosi dei ritmi di lavoro risultanti dall’impoverimento delle piante organiche dei singoli settori e infine l’immissione generalizzata di capi e “responsabili” a guardia dei cicli produttivi e con funzioni repressive. Si era detto appunto 40 stabilimenti, 10 cantieri e decine di migliaia di lavoratori. Alla fine del 1918 (fine della prima guerra mondiale) ciò che aveva comportato un immenso sfruttamento della forza lavoro e un formidabile stato di umiliazione, fu rovesciato grazie alla precisa volontà da parte dei lavoratori di non subire oltre e specialmente di abbattere radicalmente tutta la gerarchia delle attività produttive, arrivando fino alla demolizione completa delle forme repressive di controllo e della dittatura del “tempo”. All’inizio del 1919 le “sconcertate” direzioni aziendali Ansaldo potevano osservare che in ogni cantiere si era già formato un altro “tipo” di sindacato di lavoratori in una forma organizzativa legata allo specifico stabilimento e connesso agli altri singoli sindacati di cantiere o officina secondo il comune appartenere a quello specifico ramo d’industria. Potevano osservare che i lavoratori gestivano nuove – e fino ad allora mai apparse - attività organizzative in ogni posto di lavoro che consentivano di coordinare i cicli produttivi di ogni ramo arrivando a rendere interamente nulli ordini e disposizioni aziendali. Potevano infine osservare che queste attività organizzative non erano prettamente sindacali ma si estendevano socialmente ai territori liguri, coordinate principalmente da due combattive Camere del Lavoro, una a Sestri Ponente e l’altra a Sampierdarena. Un conflitto totale. E probabilmente l’ingegner Pozzo aveva già constatato che pericolo mortale fosse un sindacato di lavoratori che, organizzato in forme orizzontali, non era costretto ad attendere il beneplacito dell'organo centrale per agire in quanto aveva da tempo sviluppato tutte le capacità di lotta anticapitalistica, e che soprattutto i singoli organizzati in questo regime di libertà avevano acquistato il senso della responsabilità propria alla scuola dei fatti imparando a guidarsi senza bisogno di tutori o di padri spirituali. ****** Le parole in corsivo, dimostrazione di un’applicazione pratica, sono derivate da uno dei più importanti documenti (I due Sindacalismi) di una organizzazione sindacale del tutto nuova: l'Unione Sindacale Italiana. Fondata nel 1912 da anarchici e socialisti “atipici” sui principi generali del sindacalismo rivoluzionario e della Prima Internazionale e in opposizione alla CGL dominata dai riformisti e dai “politici” socialisti, fin da subito espresse nella costituzione dei propri sindacati aderenti i principi della neutralità politica (autonomia da ogni partito politico), le realizzazioni della pratica del decentramento e dell’autonomia del singolo sindacato, e non ultimo la prassi federativa e libertaria dell’azione diretta che aboliva ogni forma di burocrazia sindacale, una prassi ritenuta fondamentale per dare slancio e combattività alla solidarietà di classe. Superata la crisi della defezione degli “interventisti rivoluzionari” alla vigilia dell’entrata in guerra e la grande e articolata repressione statale del periodo bellico, l’USI già nel 1919 aveva ricostituito i propri sindacati di mestiere, locali e nazionali, le 16 Camere del Lavoro sindacaliste rivoluzionarie e le unioni sindacali in tutta l’Italia settentrionale, arrivando a più di 300 mila lavoratori aderenti e consapevoli. Se quanto avvenuto all’Ansaldo poteva dirsi paradigmatico, nel clima incandescente della lotta di classe l’USI non poteva non considerare fondamentale la propria azione sindacale e sociale in tutti i terreni di possibile scontro mettendo continuamente in guardia la classe lavoratrice. Nel congresso del 1919 l’USI aveva con molta naturalezza invitato un rappresentante dei Consigli di Fabbrica della cintura industriale torinese e apertamente dichiarato il proprio appoggio in quanto lavoratori con facoltà d’iniziativa rivoluzionaria e ricostruttiva della vita sociale e specialmente proposto attivamente a questa parte del proletariato a considerare la necessità di preparazione delle forze di attacco classista e rivoluzionario, senza di che non sarebbe mai possibile l’assunzione della gestione sociale da parte del proletariato. Ma soprattutto l’USI aveva mostrato chiaramente i due principali pericoli che avrebbero potuto ostacolare la rivoluzione. Il primo era certamente rappresentato dal sindacalismo riformista in quanto “politicante, accentratore e burocratico”, con il suo monopolio delle relazioni sindacali, il secondo pericolo riguardava certi socialisti che volevano i Soviet come in Russia, in quanto organi di governo, potere politico e di controllo. Riguardo a tale questione non ci sono migliori parole di quelle espresse dallo stesso Congresso dell’USI:   Il Congresso dell’U.S.I. (…) considera la concezione Sovietistica della ricostruzione sociale antitetica dello Stato e dichiara che ogni sovrapposizione alla autonomia e libera funzione dei Soviet di tutta la classe produttrice, va considerata dal proletariato come un attentato allo sviluppo della rivoluzione ed alla attuazione dell’eguaglianza nella libertà   Da qui una ricostruzione di quanto avvenne nel 1920 non poteva che soffermarsi su due punti cruciali: il rapporto tra l’USI e gli anarchici da un lato e la relazione tra queste due forze e quella che di lì a poco verrà chiamata la “frazione comunista” del PSI. Il segretario generale dell’USI era Armando Borghi, anarchico. La seconda figura di riferimento era Alibrando Giovannetti di estrazione socialista e sindacalista rivoluzionario. L’intera USI condivideva con gli anarchici e con la straordinaria figura di Errico Malatesta la pratica dell’occupazione delle fabbriche, la ginnastica che prepara all’espropriazione generale e definitiva. La stessa arma dello sciopero di protesta venne ampiamente superata quando nel febbraio di fronte alla violenza omicida dello Stato durante un comizio di lavoratori a Milano l’USI e gli anarchici promossero con successo di occupare le fabbriche milanesi. Lo stesso accadde a Torino alla Fiat, alle campagne piemontesi e alle fabbriche del versante ligure. E non erano certo fuochi di paglia. Eppure gli anarchici protagonisti a Torino erano ascoltati rappresentanti dei metalmeccanici all’interno della CGL, minoritari ma con un considerevole seguito. Anarchici nell’USI e anarchici nella CGL quindi. È noto che gli anarchici organizzati nell’Unione Anarchica Italiana avevano sul concetto di sindacato un’idea precisa: il sindacato è per sua natura riformista ma in situazioni rivoluzionarie gli effetti potevano essere ben altri. Nei confronti dell’USI, se la divergenza più o meno profonda era proprio sul carattere necessariamente riformista del sindacato, il rapporto era di confronto anche serrato sia per le significative affinità sia per i numerosi anarchici che ne erano aderenti. L’idea prevalente nella UAI era di “privilegiare” gli anarchici nella CGL in quanto, raccogliendo un grande numero di lavoratori, vi era più possibilità di agire negli ampi spazi sociali che la stessa CGL ricopriva. Gli anarchici avevano però sottovalutato aspetti che purtroppo risulteranno decisivi. E lo vedremo fra poco. La “frazione comunista” del PSI, quella che nel gennaio 1921 darà vita al Partito Comunista d’Italia, non era omogenea, diverse le personalità, diverse le biografie politiche ma uguali gli intenti: fare come in Russia e seguire il partito comunista (bolscevico) di Lenin che aveva di fatto “vinto” la rivoluzione del 1917 e instaurato il governo della “dittatura del proletariato”. In Italia, nel giugno del 1920, la situazione insurrezionale coinvolse città e regioni: prima Piombino, le sue grandi acciaierie e la città di Ancona, poi a cascata le zone di Reggio Emilia, Parma, Terni. Anche il resto delle Marche era in subbuglio. USI e anarchici ne furono i protagonisti. Le Camere del Lavoro emiliane dell’USI fecero bene la loro parte ma la Camera del Lavoro USI di Piombino fu addirittura leggendaria coinvolgendo tutta la popolazione di fronte all’esercito a ai blindati. Ma è Ancona la cartina tornasole della “frazione comunista del PSI”. Del tutto simile a quella di Piombino ad Ancona e ancora una volta nelle Marche, venne giudicata “troppo misera” di fronte “al grande modello russo”. E non era un caso. Per bocca di uno dei suoi maggiori esponenti: una rivoluzione bolscevica (…) sul momento attuale sarebbe rovinosa per l’Italia…”. Avrebbe potuto aggiungere: troppa sintonia tra masse lavoratrici, USI e anarchici. Inserita questa dimensione in un contesto più ampio, nella CGL (meno gli anarchici presenti) e nell’intero PSI, in tutte le cosiddette componenti non riformiste, il fine del rovesciamento delle istituzioni era stato formalmente abbandonato. Si trattava di equilibri politici e anche di resa dei conti interni, nel senso più politicista del termine. Con il ritorno del “moderato” Giolitti alla guida del governo, la frazione comunista aspettava solo il momento in cui la componente riformista avrebbe preso la via della partecipazione ad un governo. Rese dei conti interni, si diceva, e di fronte ai poderosi numerosi appelli dell’USI e degli anarchici in tutti i luoghi di lavoro, in cui si sosteneva che tutti i lavoratori e i rivoluzionari dovessero una buona volta cessare di seguire i vertici politici di partito, tutte – e nessuna esclusa – delle componenti del PSI reagirono furiosamente. Se non si comprende questo, non si può capire poi quella che sarà chiamata “Occupazione delle Fabbriche”. I rapporti tra USI e anarchici dell’UAI si delinearono meglio nel congresso anarchico del luglio 1920. Il grande e acceso dibattito favorì sicuramente un’unità di intenti con l’USI anche per via della partecipazione degli anarchici dell’USI e di Borghi in particolare. Ci furono certamente differenze di analisi e interpretazioni sulle mobilitazioni, su quali dovessero essere le funzioni di un sindacato, sulle iniziative a partire dai territori e dai luoghi di lavoro e su come agire concretamente nel momento rivoluzionario. Ma nelle linee principali vi era un consenso unanime: le masse popolari e le classi lavoratrici avevano già forgiato da e per sé stesse gli strumenti necessari in tutte le relazioni territoriali, organizzate e svincolate dai professionisti della politica. E questa autonomia sociale e rivoluzionaria riguardava anche i Consigli di Fabbrica. Il momento fatidico arrivò il 31 agosto 1920. Iniziò l’intero padronato del milanese con l’intento di dare una spallata decisiva agli operai: serrata ed espulsione della forza lavoro da tutti gli stabilimenti. Furono i sindacati dell’USI a muoversi per primi: la consegna era quella di incrociare le braccia, rimanere sul posto e quindi occupare. La cosa spettacolare fu che, USI o no, Consigli o no, furono i lavoratori stessi ad occupare le fabbriche di tutto il territorio. In brevissimo tempo le occupazioni riguardarono tutto il nord d’Italia e il Centro e nei giorni seguenti il Sud e la Sicilia, terre e fabbriche, e come nel resto d’Italia lavoratori armati. L’USI, attraverso Borghi, il 5 settembre ebbe la grande forza di convocare un convegno nella grande Camera del Lavoro di Sampierdarena tutti i sindacati dei lavoratori di qualsiasi ramo e settore disposti ad estendere a tappeto le occupazioni e di passare dalla fase “economica” a quella rivoluzionaria, ovvero l’occupazione armata dei territori e la gestione diretta di tutte le attività vitali. E molto fu fatto: a metà settembre si ebbero ulteriori occupazioni dal Veneto alla Puglia con le stesse modalità del resto d’Italia. Eppure l’USI che nel 1920 era passata a quasi 500 mila aderenti non poteva da sola approntare la soluzione generale. Insieme alle decine di migliaia anarchici si batterono con tutto il furore possibile ma dovevano fare i conti con il grande “corpo” della CGL e dell’intero PSI. Questa storia, ampiamente documentata nei suoi dettagli, racconta che fare questi “conti” comportò trattative con la stessa CGL che sosteneva formalmente di non potersi tirare indietro davanti a simili avvenimenti. L'USI rimase sempre vigile ma non poté impedire di accogliere la fiducia degli anarchici che rappresentavano le fabbriche pur all'interno della CGL ed avendo la garanzia di questa di mantenere le parole date. Furono momenti brevi e tragici. L'USI non ci mise molto a comprendere che i loro compagni anarchici nella CGL furono vilmente raggirati dalle manovre oscene del più puro politicantismo dei “confederali”. E superba frazione comunista, avanguardia “cosciente” del proletariato, complice diretta, non fu da meno: il gruppo dell’Ordine nuovo, i Togliatti e compagnia varia giustificarono la loro azione di affossamento definitivo di tutto ciò che avevano rappresentato le vaste occupazioni delle fabbriche, sostenendo che per l’immaturità e la carenza “rivoluzionaria” degli operai, “loro” erano dovuti intervenire per frenare i tanti “irresponsabili” che avrebbero portato a conseguenze, diciamo, avventuristiche. Alla fine, la grande opera di sabotaggio totale della CGL sfociò nel grande accordo con governo e istituzioni, i quali avrebbero “garantito” la formalizzazione del “Consiglio di Fabbrica” all'interno degli stabilimenti e come immediata contropartita l'immediato sgombero delle fabbriche. Per l'USI e la UAI non c'era altro da fare che un appello ai lavoratori che implorava di salvare tutti i materiali, armi comprese: fuori c'è la Guardia Regia che attende...questo il grido d'allarme finale. E Gramsci? E' vero, si dichiarò contro quell'accordo. Ma a parte le grandi sviolinate sui Consigli di Fabbrica per tutto il 1920 e le lezioncine arcigne agli anarchici, davanti alle grandiosità occorse nell'intero anno, alla fin fine si può tranquillamente dire che decretò un originale pensiero al ritmo della dialettica (mutuata da Lenin). Ovvero i Consigli di Fabbrica sono parte degli elementi costituenti i soviet che a loro volta nominano rappresentanti al soviet di grado superiore e poi ancora al soviet superiore del grado superiore ...naturalmente il potere di nomina spetta al partito che è avanguardia cosciente del proletariato.    

Anteros

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