SCIOPERI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

08 de diciembre, 2020 - General - Comentar -

dalle limitazioni della legge 146 90, ai restringimenti con vergognoso accordo sindacale nel comparto scuola statale, all’importanza e rilevanza degli SCIOPERI NAZIONALI INTERCATEGORIALI (come quello del 25 novembre 2020), come azione collettiva di lotta e di collegamento tra lavoratrici, lavoratori, settori popolari sfruttati. LA SFIDA DI QUESTO SECOLO. A cura di Roberto Martelli (segr. intercategoriale p.t. confederazione Usi a Roma).


Il primo pensiero del dipendente pubblico, o di categorie del privato, nelle cooperative, con situazioni di precariato o di lavoro non contrattualizzato in modo dignitoso, in questi 10 mesi di pandemia e di campagna di condizionamento mentale e di comportamenti, sui luoghi di lavoro e sui territori, operata dai vari governi e dai principali mezzi di comunicazione di massa, di fronte al peggioramento crescente delle condizioni salariali, normative,  di scarsa tutela della salute e della sicurezza, non è certo quello dello SCIOPERO. Non lo è, come risposta collettiva, solidale e combattiva delle classi lavoratrici come opposizione spontanea, quando con la giustificazione della pandemia, è partito non solo in Italia, un attacco generalizzato che sta dando il classico colpo di grazia a servizi strategici (scuola-istruzione-educazione a tutti i livelli dagli asili nido fino all’università, sanità, trasporto locale, ferroviario, aereo, servizi sociali e di assistenza) già fortemente esternalizzati, privatizzati, liberalizzati; ma che vede una pesante riorganizzazione e ristrutturazione nelle principali categorie  e settori del settore industriale (quelle non ancora delocalizzate…) e manifatturiero, fino al commercio, alla distribuzione dei prodotti, all’agricoltura, alla logistica e ai servizi collegati a quel che è rimasto, in Italia, del sistema produttivo. In contemporanea, la crisi economico finanziaria a livello globale, alimenta la concorrenza e le grandi concentrazioni finanziarie e industriali, si stanno preparando a fare un boccone delle aziende medio piccole, incapaci queste ultime, di reggere i costi aziendali ribassati nella lotta concorrenziale tra imprese (una volta si chiamavano “imprese marginali”), di tenere i margini di profitto necessari per investimenti e innovazione tecnologica, strumenti in grado di reggere livelli sempre più esasperati di competitività; con le conseguenti operazioni di taglio sui costi, per primo del “costo del lavoro”, con gli effetti che purtroppo ben conosciamo. Riduzione di diritti e loro esigibilità per i settori lavorativi più disgregati e contrattualmente meno forti, maggiore flessibilità e precarietà, rompendo ogni “rigidità”  materiale del rapporto di lavoro e dei relativi contratti di lavoro (nazionale, integrativo territoriale, aziendale e individuale), aumentando una produttività esasperata, a fronte di forza lavoro resa duttile, malleabile, disposta a lavorare in condizioni peggiori pur di avere un minimo di retribuzione, di livelli occupazionali e …disabituata alla lotta e al conflitto sociale. Da un lato, il progressivo impoverimento, i posti di lavoro a rischio o quelli già persi (malgrado il potenziale “blocco dei licenziamenti”…), la paura e la sottomissione psicologica, frutto di campagne mirate, che hanno “contagiato” con effetti deleteri peggio del sars cov 2, settori di lavoratori e lavoratrici, disabituandoli alla buona prassi di utilizzo dello sciopero, come strumento forte di lotta e di pressione nei confronti delle controparti padronali e governative, a sostegno di piattaforme e rivendicazioni condivise e meritevoli di tutela, per gli interessi reali di lavoratori-trici pubblici o privati, della massa sempre più ingente di sacche di precariato, di lavoro “grigio” semi contrattualizzato e di lavoro al nero. Dall’altro, un uso inopportuno e poco efficace, dello strumento dello sciopero, che è diventata la rappresentazione di una vertenzialità asfittica, corporativa e di difesa di situazioni di presunto “privilegio”, non più esistenti nella realtà del rapporto di lavoro e del rapporto squilibrato tra padronato, pubblico e privato, con la forza lavoro utilizzata, tendenza all’agitazione settoriale, di stampo corporativo e con rivendicazioni spesso illusorie rispetto all’effettività della richiesta, fomentate dalla maggioranza delle organizzazioni sindacali presenti nel panorama italico. Tutti e due gli aspetti, hanno contribuito  a sviluppare le condizioni, per un ulteriore passaggio di limitazione e restringimento del diritto di sciopero, in Italia codificato come diritto individuale di fonte costituzionale (articolo 40) dei singoli dipendenti, tramite la proclamazione e la gestione, di solito  da parte di organizzazioni sindacali già legalmente costituite, nelle ristrette “forche caudine” delle leggi 146/90, 83/2000 e delle numerose delibere della Commissione di “garanzia”  per l’applicazione del diritto di sciopero nei “servizi pubblici essenziali” (definizione che oramai comprende tantissimi servizi, settori e attività), dagli accordi nazionali di settore (sottoscritti dai vari sindacati compiacenti o solo firmatari dei CCNL, non sempre sostanzialmente rappresentativi degli interessi di lavoratrici e lavoratori).  La serie ridotta di scioperi di questo ultimo anno, ridotti in termini assoluti rispetto al forte attacco a diritti, condizioni materiali di lavoro e di salute – sicurezza sul-del lavoro, che avrebbe meritato maggiore conflittualità e resistenza, ma che vengono fatti percepire (come nel trasporto pubblico locale o quello ferroviario, già fortemente contingentati/depotenziati nella loro effettiva capacità di incidenza dell’astensione collettiva dal lavoro)  da governi nazionali, locali e dai mezzi di dis-informazione di massa, come se fossero un flagello divino, è la rappresentazione che in Italia, il conflitto sociale e le controversie collettive di lavoro, non trovano più come in passato, uno sbocco costruttivo e a favore delle classi lavoratrici, nello strumento dello sciopero. Specie se acquisisce le connotazioni di scioperi settoriali, di stampo corporativo sopra accennate, spesso svincolati in alcuni servizi strategici ed essenziali, da un’adeguata campagna di informazione alla cittadinanza, dei motivi della protesta o del loro coinvolgimento, quali beneficiari di servizi dequalificati o insufficienti a garantire quegli interessi fondamentali, tutelati dalle nostre norme costituzionali o da disposizioni comunitarie, verso forme di lotta anche “complementari” o “aggiuntive” allo sciopero in senso stretto.   Tutti fattori ed elementi che indeboliscono in generale la risposta di mobilitazione e di lotta, in termini solidali, combattivi, collettivi e di collegamento tra i punti comuni di rivendicazione, che possano portare alla “generalizzazione” delle lotte e degli scioperi a sostegno dell’autodifesa collettiva e di processi, in divenire di possibile ricomposizione della classe lavoratrice, oramai frammentata, scomposta, anche disorientata in termini di consapevolezza dei suoi reali interessi e bisogni materiali da difendere o di diritti e condizioni da conquistare, estendere, quella che nel recente passato del secolo scorso, era definita “coscienza”.     Ne sono stati esempi in questo anno di riferimento 2019 - 2020, con l’aggravante della pandemia mondiale e le insufficienti risposte governative di contrasto effettivo, per la tutela della salute della cittadinanza e di chi lavora, gli scioperi effettuati, limitati a singole categorie o addirittura a profili professionali in Italia, con l’incapacità, come visione limitata, ottusità di impostazione politica di fondo, disgregazione e pessime relazioni, tra le varie organizzazioni che li hanno proclamati, che non può ridursi ad una questione di “gruppi dirigenti da cambiare” o di “direzioni politiche” di alcune organizzazioni o confederazioni sindacali da conquistare, per spostarne l’asse di intervento verso posizioni maggiormente combattive o “rivoluzionarie” , come sostengono parecchi gruppi, partiti, organizzazioni nella galassia della sinistra più o meno estrema.  Così come costituisce un falso problema, se si tratti di sindacati con maggiore o minore numero di associati, tra i proclamanti uno sciopero, specie se nazionale poiché quasi nessuna organizzazione proclama lo sciopero, ristretto ai loro soli associati-e. La percezione che i sostenitori delle restrizioni e limitazioni dello sciopero stanno sviluppando, in nome di una cultura dell’emergenza, dell’unità nazionale, dello spirito di sacrificio agli interessi nazionali o anche europei, quindi di pretesti e giustificazioni che servono a tenere sotto controllo le possibili forme di resistenza o di ribellione generalizzata, ai processi reali di ristrutturazione dell’economia reale e della grande finanza, a livello complessivo e della ridefinizione in termini sempre più svantaggiosi per le classi lavoratrici,  dei rapporti di forza (e dei relativi rapporti di lavoro, sociali, della cultura impartita…) a tutto favore di chi ci governa, domina, lucra ricchezze e profitti per pochi sullo sfruttamento e a danno di tanti-e, si articola in modo semplice ma devastante. Come si sostiene, dal loro punto di vista capitalistico, che “…per avere sviluppo e stabilità, bisogna avere mano libera con i licenziamenti…che poi  diventano nuova occupazione…dei giovani” (e certo…a condizioni miserabili e peggiori dei loro fratelli/sorelle maggiori, dei padri e madri, di nonni-e…per sfruttarti meglio e di più e pagarti di meno, senza un adeguato sistema di protezione sociale, sanitaria, scolastica, di assistenza), si afferma che per garantire efficienza, produttività, competitività…sviluppo e…occupazione, diventa necessario ridurre al forza e l’efficacia dello strumento prioritario di lotta, lo sciopero e le varie forme “alternative” allo sciopero come astensione collettiva dal lavoro, queste ultime riconfigurate come reati penali e come processi di deviazione dai comportamenti sociali corretti, ne sono un esempio la legge Minniti Orlando e i vari provvedimenti normativi sulla “sicurezza” di salviniana memoria, che riprendono i contenuti solo parzialmente “defascistizzati” dei nostri codici penale e di procedura penale (1930 e 1931), dalla vigente Costituzione, come misure e provvedimenti di prevenzione, controllo e repressione co questione di ordine pubblico, del conflitto sociale e del lavoro. La storia ci ha sempre insegnato (anche …in presenza, come percorso di apprendimento efficace, rispetto alla storia studiata…a distanza), che è SEMPRE UN PESSIMO SEGNALE, QUANDO LE QUESTIONI SOCIALI E QUELLE CHE RIGUARDANO LAVORATORI E LAVORATRICI, SONO AFFRONTATE E DIVENTANO UNA …QUESTIONE DI ORDINE PUBBLICO, così come la repressione del conflitto per i diritti sociali, di cittadinanza, sul-del lavoro, tramite la buona pratica della “lotta di classe”. Così come diventa rilevante il percorso di omologazione dei sindacati, al rispetto di regole che legittimino la pratica di collaborazione e di accettazione dei peggioramenti e dei sacrifici, per interessi superiori, nazionali, europei, dell’unità nazionale o dell’emergenza, anche “pandemica”, con la riduzione del conflitto a situazione residuale, da circoscrivere e da controllare, colpendo i sostenitori della lotta e di difesa combattiva di interessi e bisogni delle classi lavoratrici e dei settori popolari sfruttati, naturali alleati,  con metodi repressivi o depotenziamento delle azioni di lotta e di sciopero. Operazione di omologazione che ha come strumenti principali, gli accordi interconfederali da quello del gennaio del 2014 in poi, dove lo scambio  è un presunto “riconoscimento di rappresentatività” e di “rappresentanza”,  con l’abdicazione  e la rinuncia alle funzioni principali dei sindacati combattivi e di lotta, quello di difendere gli interessi di chi lavora e delle loro famiglie, di bisogni fondamentali, con l’estensione di diritti, agibilità a tutti e tutte. E’ il passaggio dalla fase della CONCERTAZIONE degli anni 90 8accordi del 1992 e del 1993), alla fase del COLLABORAZIONISMO (di classe), che schiaccia una delle attività, non la principale ma pur importante, delle organizzazioni sindacali, quella della negoziazione e del mantenimento di agibilità, libertà, diritti estesi ai settori di lavoro e a quelli collegati.  Fase di passaggio che non si è ancora conclusa, con l’omologazione di tutte le forze sindacali e associative a quel nuovo modello di relazioni sindacali industriali, pur  se accelerata da questa ulteriore situazione di pandemia-sindemia mondiale, nel nostro Paese, o per le sacche di resistenza di correnti e aree, spesso politicizzate, interne ad alcune confederazioni sindacali nazionali autodefinitesi (in quanto firmatarie di accordi a loro esclusivo favore e vantaggio, a danno dell’indipendenza e pluralismo sindacale) “maggiormente rappresentative”, ancorate al modello considerato dai padroni e dai governanti (con il corollario di esperti  e di docenti universitari prezzolati) come obsoleto, quello della “concertazione”. Una pura illusione, stante la tendenza oggettiva in atto e la necessaria fase di transizione vrso il nuovo modello, che però trova ancora ascolto e accoglienza in settori ampi di lavoratori e lavoratrici, alla ricerca del perenne e temporaneo, compromesso che non li porti a doversi impegnare direttamente e in termini di rapporti di forza e di lotta, per ottenere diritti e condizioni di lavoro nuove o il mantenimento di diritti e agibilità salariali e normative già in godimento. E’ questa la tendenza “sociale” che è speculare, all’individualismo e alla gestione personalizzata dei rapporti di lavoro, che troviamo da sempre sui luoghi di lavoro, con la ricerca di un presunto e illusorio, parziale benessere personale, sulla pelle dei percorsi collettivi e di altri colleghi e colleghe di lavoro, con i quali si dividono gomito a gomito molte ore si lavoro, di sfruttamento, di disagio… Scambio e baratto, presunta rappresentatività-abdicazione al conflitto sociale e di classe, che finora non ha dato gradi risultati effettivi, nemmeno a quei sindacati base o ai sindacati autonomi ma molto “duri” negli scioperi in alcuni comparti o categorie, che hanno valutato di sottoscrivere tali accordi (detti accordi della vergogna), per stare ai vari tavoli di ex concertazione, inserendosi tra i sindacati firmatari di CCNL e avere il diritto di tribuna e capacità negoziale autonoma. Nei fatti, è stata l’annessione di sindacati ancora con velleità di farsi portatori di interessi delle fasce del lavoro salariato, precario, subalterno, di settori sociali sfruttati, agli stessi meccanismi che intendono combattere, un imbuto dal quale è difficile uscire, se non con un ritorno alle origini…  La questione che ritorna come importante, anche se non di priorità esclusiva, è la natura del percorso e della finalità, che assume lo strumento dello sciopero in questa fase di transizione  e di passaggio nelle relazioni sindacali e dei vari interessi in gioco. Gli scioperi di categoria, di profilo professionale, di natura settoriale, anche se di rilievo nazionale e non solo locale o aziendale,  sono  divenuti strumenti meno utili, se non addirittura inopportuni come efficacia e “forza”, quasi come espressione di una tendenza al sindacalismo corporativo, quindi più facilmente recuperabile al nuovo modello di relazioni sindacali industriali basato sul COLLABORAZIONISMO di classe.    Che la situazione di controllo sociale e di omologazione, sia già un processo in corso, è dimostrato dal recente accordo di restrizione ulteriore del diritto di sciopero nel comparto della scuola statale, uno dei più colpiti, assieme a sanità, trasporti, servizi socio assistenziali educativi,  in tutte le sue componenti (docenti, non docenti, alunni-e…) dalla crisi di investimenti, innovazione e formazione, in-sicurezza nelle scuole, precariato, acuito dal fattore di rischio e pericolo per chi ci lavora e chi usufruisce di spazi, strutture, percorsi formativi, aumentato oltre ogni previsione governativa e del Miur, dal sars cov 2. Un accordo firmato da 6 sindacati “che vanno per la maggiore”, di quelli “che contano”, che “vanno alle trattative” e INFATTI FIRMANO DI TUTTO E DI PEGGIO, ch in alcuni punti è addirittura più penalizzante di altri settori e categorie di servizi pubblici e che, se non si sviluppa come anni fa, una “rivoluzione e riscatto sociale” estesa e di massa, diventerà la pietra tombale del diritto i sciopero nella scuola, schiacciando anche le deboli proteste dell’opposizione interna alla stessa Cgil, la cui presenza di attivisti e militanti, anche Rsu e dirigenti del sindacato di categoria (molti provenienti dalla sinistra sociale e politica, di estrazione comunista), come corrente interna ha avuto se non il colpo finale, un fortissimo ridimensionamento nella sua capacità interna di opporsi a processi di definitiva resa incondizionata, anche in tema di sciopero… Diventa ineliminabile invece, per chi si pone come riferimento  organizzato delle classi lavoratrici, verso un loro stabile collegamento e superamento del frazionamento e delle divisioni, per garantire pieno salario corrispondente alla quantità  e qualità del lavoro prestato, per efficace tutela della salute e della sicurezza sul-del lavoro e degli ambienti di lavoro, inseriti nei territori dove si abita o si lavora, per diritti, libertà e dignità per tutti e tutte senza discriminazioni di alcuna natura, fino alla completa emancipazione  di lavoratrici e lavoratori sul lavoro, in famiglia, nella scuola e nella società, proseguire come fattore di contrasto alla tendenza omologante sopra rappresentata, allo sviluppo, rafforzamento ed estensione del conflitto sociale, anche tramite SCIOPERI NAZIONALI (o locali) INTERCATEGORIALI, quelli che uniscono e non dividono, sui bisogni e diritti comuni, scioperi che abbiano quelle caratteristiche solidali, collettive, comuni, indipendenti, necessarie per invertire la tendenza disgregatrice e omologante, contrapponendovi la generalizzazione e l’estensione al maggior numero possibile d persone, da coinvolgere in questa antica e se ben dosata, utile azione di lotta. Ne abbiamo rappresentato, pur se in una situazione difficile un esempio con lo sciopero nazionale intercategoriale (detto “generale” per definizione tecnica dalla commissione di garanzia sugli scioperi), proclamato ed effettuato il 25 novembre 2020, proclamato dalla confederazione Usi, fondata nel 1912, con l’aggiunta di altre strutture del c.d. “sindacalismo di base” in alcuni comparti pubblici colpiti dagli effetti penalizzanti della pandemia-sindemia e da altre situazioni a livello locale.  La finalità era ed è chiara, come percorso ideale e pratico, dell’Usi: collegare le discriminazioni sociali, in famiglia, sul lavoro, delle donne, le violenze e gli abusi ancora  pesantissimi e accentuati dai provvedimenti governativi di “rimanere a casa”, frutto di modelli culturali e sociali che vogliono tenere le ragazze, le donne sottomesse e subalterne, anche a costo della loro vita (ndr, la mattina del presidio il 25 novembre, con manifestazione svolta comunque a Roma al Campidoglio, in presenza e in sicurezza promossa dai delegati e delegate Usi di Roma, abbiamo avuto la notizia di altri due femminicidi, e siamo saliti quel giorno a quota 93 in 11 mesi…), quindi la “contraddizione di genere”, con i prioritari punti di azione collettiva, di rivendicazione e di lotta su salario pieno, diritti collettivi e sociali, libertà civili e diritti sindacali estesi, salute e sicurezza…quindi la “contraddizione tra capitale e lavoro”, aspetti e questioni che devono intrecciarsi, se si vuole rimanere coerenti con l’antico motto internazionale “L’EMANCIPAZIONE DI LAVORATORI – E LAVORATRICI…SARA’ OPERA DI LORO STESSI…O NON SARA’” e con i principi e l’atto fondativo (documento “i due sindacalismi”, che si invita a leggere) dell’Usi del novembre 1912, verso un processo di graduale ma costante superamento della situazione presente, verso un altro futuro, un’altra società e modello economico molto diverso dalla miseria dell’esistente. Già il fatto di essere riusciti a farlo, uno sciopero nazionale con queste caratteristiche, è una valutazione da accogliere in termini costruttivi e di prospettiva per il futuro. Anche se il segnale non è stato ancora raccolto in termini di massa come la tendenza oggettiva e materiale, avrebbe meritato e tale passaggio non è stato acquisito da molte associazioni e movimenti delle donne, come una fase evolutiva della secolare lotta, così come nella situazione italica delle zone rosse, arancioni, lo sciopero con tali caratteristiche, pur se con iniziative di livello mondiale in quella giornata,   ha avuto adesioni minori, rispetto a quello che avrebbe potuto essere, anche per una sorta di “silenziatore” effettuato anche da parte di coloro che dal pulpito delle loro organizzazioni politiche e di partito, associazioni e movimenti, proclama le stesse cose e lancia proclami rivoluzionari…degli organi di informazione ufficiale, tutti tesi al “contascatti” di morti e contagiati, non ci saremmo aspettati nulla. Da parte di diversi sindacati o correnti sindacali (di base, alternativi, o per l’unità di classe…), da movimenti di lotta, ci saremmo magari aspettati, visto che l’appello per la definizione dello sciopero del 25 novembre, con quelle caratteristiche era stato inoltrato/diffuso oltre un mese e mezzo prima della giornata internazionale, un ascolto e una convergenza maggiore (invece alcune sigle hanno preferito fare scioperi di settore e di profilo professionale, proclamandoli dopo quello indetto per il 25 novembre, mantenendosi oltre i classici 10 giorni di distanza disciplinati dalla restrittiva legge 146 90 sugli scioperi…), pur nel rispetto delle rispettive autonomie e di proclamazione di azioni di lotta e di sciopero autonome. Sarebbe stato un bel segnale ai padroni pubblici e privati, foriero di quel superamento e frammentazione di azione di lotta, che si legge in tanti documenti, comunicati, mozioni  e indicazioni assembleari. Un’occasione sprecata, non è la prima e purtroppo non sarà l’ultima, ma che non ci farà demordere dalla consapevolezza che gli scioperi, quando si proclamano e organizzano, devono andare nella direzione dell’intercategorialità, dell’autodifesa collettiva, solidale, combattiva e su obiettivi e piattaforme chiare e doverose, per la coerenza tra la teoria e la pratica, per il giusto rapporto tra pensiero e azione. Del resto, il prossimo futuro, ci farà verificare se la tendenza sindacalista rivoluzionaria, dalla quale nacque ed è attiva ancora oggi l’Unione Sindacale Italiana, da 108 anni dalla fondazione originaria,  ha un progetto valido e proiettato nel futuro, PER UN ALTRO FUTURO, o se la tendenza omologatrice al “sistema del collaborazionismo di classe” del sindacalismo riformista e dei suoi sostenitori anche alternativi, porterà il suo contributo negativo, nefasto e contrario agli interessi e bisogni delle classi lavoratrici, verso il progressivo annichilimento dei diritti e della libertà di azione sindacale e di sciopero. Prima di fasciarsi la testa, ce la devono rompere e i gatti  e gatte nere di Usi, per la lunga storia ed esperienza acquisita, non si faranno mettere nel sacco facilmente, continuando quel lungo e duro lavoro di informazione, formazione, addestramento e preparazione di altre generazioni di lavoratori e lavoratrici, non disposti ad accettare l’omologazione, la sottomissione e la subalternità, senza lottare.  

Roby

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