Le lotte delle donne nel movimento anarchico e nel sindacalismo rivoluzionario dal 1898 al 1920

31 de Urtarrila, 2021 - General - Iruzkin -

Di Antonio Crialesi

Le donne assunsero un ruolo di primo piano nelle lotte che si susseguirono dal 1914 al biennio rosso. Ancora oggi vige il presupposto che le proteste che vanno dalla prima guerra mondiale al 1920 fossero, secondo i riformisti socialisti, semplici jacquerie, rivolte spontanee, senza conseguenze politiche rilevanti per giunta guidate e sostenute dalle donne. Proteste contro il carovita e rivolte antimilitariste furono presenti anche nel periodo precedente alla prima guerra mondiale. Nel 1898 tutto il paese fu scosso dalle rivolte determinate dall'aumento del pane. Dalle città alle campagne la popolazione assaltò i municipi, interruppe le comunicazioni con il taglio dei fili del telegrafo, saccheggiò i forni, assalì i luoghi di raduno dei proprietari terrieri. La sollevazione culminò nel tragico episodio di Milano dove l'esercito uccise 400 persone e ferì più di mille civili. Gli scioperi, nel periodo giolittiano, riguardarono anche le lavoratrici impegnate nel settore dell'industria tessile, nella lavorazione del tabacco e nelle risaie. Nel sud dove persisteva la manodopera contadina si manifestarono proteste che non di rado terminarono nel sangue. La crisi economica del 1907 e la guerra di Libia estesero le proteste. In particolar modo la guerra di Libia fu accompagnata da proteste antimilitariste dove le donne furono presenti in gran numero nella lotta contro la politica imperialistica italiana. Nel 1914 durante la rivolta insurrezionale, ricordata dalla storiografia come la settimana rossa, determinata dalla crisi economica del 1912 - 1913, le donne aderirono ed organizzarono gli scioperi generali, furono in maggioranza partecipi ai tumulti scoppiati in tutta la penisola accompagnati da musica, bandiere, innalzamento dell'albero della libertà, spartizione del grano nelle piazze. Ad Ancona durante i tafferugli furono uccisi due anarchici. L'insurrezione si chiuse con il drammatico numero di 16 morti e seicento feriti tra i dimostranti e un morto nella forza pubblica. Il Partito Socialista fu colto impreparato, cercò di fermare la protesta che partiva dalle Camere del Lavoro rette dall'USI le quali riuscirono ad unire i tumulti delle campagne con gli scioperi  organizzati nelle officine delle città. Il Partito Socialista e la CGdL si schierarono con la borghesia facendo fallire l'insurrezione proclamando la fine dello sciopero generale. Diramarono la falsa notizia della fine dei tumulti in Romagna facendo fallire la protesta e lasciando spazio alle drastiche misure di limitazione dei diritti civili decise da Salandra e dal Comando superiore militare. Ed ancora le donne furono protagoniste delle proteste del periodo prebellico e durante la prima guerra mondiale. Nel 1914 l'aumento del prezzo delle derrate alimentari e della disoccupazione fece scendere nelle piazze migliaia di donne che al grido "Vogliamo lavoro e non l'elemosina". Rifiutavano il miserevole aiuto delle associazioni assistenziali chiedendo al loro posto un dignitoso lavoro. A Roma, nel  febbraio parteciparono alla manifestazione indetta dagli operai edili, a Napoli in 3000, con i loro figli, parteciparono alla manifestazione degli operai metallurgici, a Vicenza le operaie delle fabbriche dei cappelli di paglia svaligiarono i negozi di granaglie, a Cittadella nel Veneto in centinaia eressero barricate e stesero fili di ferro per impedire le cariche della cavalleria e così nel resto della penisola le donne organizzarono e parteciparono attivamente alle proteste determinate dai bassi salari e dal'aumento del costo delle derrate alimentari. Attaccavano i forni, assalivano i carri che trasportavano alimenti, partecipavano alle manifestazioni, si stendevano sulle rotaie per impedire la partenza dei treni carichi di granaglie. Per difendere le loro proteste dall'intervento della forza pubblica le donne si difendevano con gli zoccoli, con le padelle che mostravano vuote nelle manifestazioni, le contadine non esitarono di utilizzare gli attrezzi utilizzati per la lavorazione della terra. Il partito socialista cercò di calmare la protesta, attestato sulla sua posizione di "né aderire né sabotare"  e confidando sulla politica giolittiana  di riuscire a controllare la situazione,  non seppe, come al solito, egemonizzare la protesta mettendo al margine la volontà popolare e lasciando così ai nazionalisti e alla borghesia campo aperto alla partecipazione bellica. Le donne si opposero all'evento militare, il primo maggio del 1915; in centinaia nel Mantovano manifestarono contro la guerra, rifiutandosi di sciogliersi, nonostante gli inviti fatti dai socialisti locali. Ovunque si svolsero manifestazioni contro l'intervento bellico con la grande partecipazione delle donne, il governo ordinò il rinforzo di truppe dell'esercito a sostegno dei carabinieri nelle principali stazioni delle città italiane riuscendo a sopprimere sul nascere le proteste. Soltanto a Torino si riuscì a proclamare lo sciopero generale  per il 16 e il 17 maggio. La protesta degenerò presto in scontri con i carabinieri. Furono erette barricate, l'esito degli scontri fu di un morto e centinaia di feriti. Anche a Milano, Bologna e ad Ancona si ebbero scontri con le forze dell'ordine. A Terni un nutrito gruppo di donne, provenienti anche dalla provincia, si radunò protestando contro l'invio dei propri mariti e figli alla guerra.  A Napoli, in Puglia e in Sicilia le donne si mobilitarono scendendo in piazza scontrandosi con le forze dell'ordine usando gli usuali metodi: sassaiole e padellate contro i carabinieri. Con la legislazione speciale varata all'indomani dello scoppio della prima guerra mondiale che prevedeva la militarizzazione delle fabbriche, la repressione di raduni pubblici e la diffusione di notizie "allarmanti" si impose,  da parte delle autorità, la momentanea sospensione delle proteste. Centosessantottomila giovani donne furono assunte nelle fabbriche che producevano  per l'Istituto per la Mobilitazione industriale. Moltissime di loro lavorarono nelle piccole fabbriche di proiettili poste alla periferia delle grandi città, altre furono occupate nelle sartorie impegnate nella confezione delle divise. Il basso salario, 0,82 centesimi per 12 ore di lavoro, e l'aumento del prezzo dei generi alimentari, resero difficile la gestione della vita familiare. Le donne che vivevano nelle campagne dovettero coprire i posti dei loro mariti e familiari partiti per il fronte, venendo pagate con salari minori rispetto a quelli maschili. Molte furono le donne del sud Italia che dovettero vivere del solo misero sussidio, distribuito spesso in ritardo, messo loro a disposizione dal governo per cercare di supplire alla mancanza di entrate salariali garantite prima della guerra dal lavoro dei loro familiari.. Le risorse alimentari vennero destinate in gran parte all'esercito, ben presto nel paese il prezzo delle derrate alimentari aumentò del 200%, la lira perse il 56% del suo valore. I sussidi riservati alle famiglie dei combattenti risultarono insufficienti per far fronte alle normali esigenze quotidiane. La protesta riprese, e in questi anni le donne furono le sole protagoniste. Ormai forgiate dalle lotte prebelliche, accompagnate da qualche anziano, organizzarono nei posti di lavoro la Lotta per chiedere migliori condizioni di vita, riuscendo ad allargare la protesta anche alle maestranze maschili, sottoposte alle leggi militari. Tra il 1916 e il 1917 ci furono più di 500 manifestazioni. Le donne  in molti casi ad assaliorono i municipi ed in alcuni casi attaccarono i luoghi religiosi. Le braccianti della Sicilia e le operaie del Piemonte si battevano unite per la pace e per il pane. Nell'inverno del 1917 le manifestazioni contro la guerra divennero quasi quotidiane; spesso le proteste scaturivano da una azione disciplinare nelle fabbriche, alla proclamazione dello sciopero donne e ragazzi scendevano in strada portando la loro solidarietà alle operaie in sciopero. Molte donne nell'ultimo anno di guerra rifiutarono il misero sussidio, altre si rifiutavano di seminare il grano e di raccogliere le messi con l'intento di far mancare il cibo all'esercito; altre esortavano le operaie e gli operai dei proiettifici di interrompere la produzione per far mancare le munizioni al fronte, molte furono quelle che aiutarono i disertori a nascondersi. Allo scoppio della rivoluzione Russa il grido che imperò nelle manifestazioni e nelle fabbriche fu "pace o rivoluzione". Nel 1917, grazie alla spinta rivoluzionaria che giungeva dalla Russia, si svolsero le manifestazioni più importanti. In Lombardia le operaie tessili e dei proiettifici scesero in sciopero riuscendo a coinvolgere tutta la provincia di Milano allargandosi a Como, Lecco, Modena, Pavia, Rho. Il 17 aprile a Terni un'agitazione organizzata dalle donne proseguì per tutto il mese di maggio. A giugno le operaie decisero di proclamare lo sciopero generale; tra giugno e luglio si verificarono nella zona ben 17 manifestazioni organizzate da solo donne che chiedevano aumenti salariali e la fine della guerra. A Napoli si scontrarono con le forze dell'ordine durante una manifestazione. A Lecce durante una protesta furono tagliati i fili del telegrafo e fu occupato il Municipio. In provincia di Potenza le contadine si opposero alla requisizione del grano.  Il 2 maggio Milano fu paralizzata per 24 ore da 10.000 manifestanti, per lo più donne, giunte dalla campagna alle quali si aggregarono le operaie delle officine presenti in città e nell'hinterland. In agosto, a Torino, come era avvenuto in Russia l'8 marzo, le operaie che dopo il loro turno di lavoro si recarono ad acquistare il pane, trovando le panetterie vuote, iniziarono ad assalire i camion dei fornai, appoggiate ben presto dalla maestranza maschile. Per diversi giorni Torino fu teatro di violenti scontri con le forze dell'ordine che repressero duramente la protesta, 100 furono i morti e innumerevoli i feriti. In ottobre in Sicilia e in Puglia si verificarono scontri tra carabinieri e contadine che si opponevano alla requisizione, al razionamento e al ritardo della consegna del pane. Il Partito socialista con la sua presa di posizione strettamente parlamentarista aveva definitivamente preso le distanze dalle proteste degli operai e dei contadini. I suoi iscritti, soprattutto le donne, si rifiutavano di accettare le direttive partitiche aderendo alle proteste e all'astensione dal lavoro organizzate dalle Camere del Lavoro gestite dall'USI. Nei rapporti scritti dalla Questura alle donne vengono dati ruoli secondari. Sono sempre descritte come le compagne di tal sovversivo, la figlia di tal altro anarchico, la moglie del famoso esponente sindacale. Traspare invece, nella recente storiografia, come esse stesse, molte volte sono le principali organizzatrici, capaci di trascinare nella lotta i loro familiari e i loro compagni di lavoro. Sono presenti nelle CdL, prendono la parola nei comizi e nelle conferenze dell'USI, sono in molti casi le protagoniste assolute della storia del sindacalismo rivoluzionari italiano, sia nelle sue forme esecutive sia nella semplice militanza e sia nell'adesione spontanea alle iniziative del sindacato rivoluzionario. Nel biennio rosso (1919 - 1920), la protesta sociale dilagò in tutta Italia. Le donne continuarono a svolgere un ruolo fondamentale negli scioperi, nelle proteste contro il carovita  organizzate dal movimento anarchico e presero parte alle occupazioni delle terre.  Nell'archivio di Stato di Roma e nell'archivio centrale emergono tra le segnalazioni e le schede della Questura e del Ministero degli Interni molte figure femminili che parteciparono ed organizzarono attivamente le lotte operaie e contadine tra la fine del novecento e il 1920. D'Andrea Virgilia Anna Michelina: nata a Sulmona l'11 febbraio 1888. Maestra prima a Terni e poi ad Avezzano. Entra nel partito socialista nel 1897 si mette immediatamente alla guida delle donne socialiste, firma un appello per la cessazione della guerra  e la proclamazione della pace. Successivamente milita nel movimento anarchico, si sposa con Armando Borghi segretario dell'Unione Sindacale Italiana. Pubblica articoli e poesie nel giornale "Guerra di Classe". Nel 1919 viene arrestata mentre partecipa ad un Comitato dell'USI. Nel 1920 si trasferisce a Milano, qui collabora al giornale di Enrico Malatesta "Umanità Nuova", organizza e partecipa attivamente  ai comizi e alle conferenze in tutta Italia. Nel 1920 pubblica una serie di interessanti articoli su "Guerra di Classe". Viene arrestata e in carcere continuerà a scrivere poesie una in particolare dedicata a Rosa Luxeburg "E' forse un sogno". Uscita dopo due mesi di prigionia partecipa alla manifestazione alla Casa del popolo a Milano contro l'arresto di Malatesta, Borghi ed altri, qui prende la parola per l'USI. Nel 1922 pubblicherà la raccolta di poesie "Tormento". Le crescenti violenze dei fascisti costringono la D'Andrea e Borghi a chiedere il passaporto per andare in Germania dove partecipano al Congresso Operaio Sindacale indetto a Berlino il 22 dicembre 1922; non fecero più ritorno in Italia. Nel 1923 viene denunziata dalla questura milanese per vilipendio e odio di classe. Nel 1924 si trasferiscono a Parigi dove prendono alloggio al Quartiere Latino. Nel 1925 si iscrive all'Università La Sorbonne e pubblica il suo secondo libro "L'Ora del Maramaldo", una critica al fascismo e a Mussolini. Nel 1927 a Parigi fonda la rivista  "Veglia" . Nel 1928 va a New York, qui invitata dai circoli anarchici americani partecipa a centinaia di conferenze spostandosi  tra le due coste americane atlantica e pacifica. l'11 maggio 1933 muore a New York, poco dopo uscirà il suo ultimo libro "Torce nella notte" .   Orientale Carlotta: Nasce a Terni il 7 gennaio del 1888. Dirige il Movimento delle donne operaie nella sua città. Subisce dal PSI continui attacchi, dal giornale L'Avanti gli vengono mosse accuse di sovversivismo e avventurismo politico. Nel 1914 la CdL di Terni aderisce all'USI, nel 1916 la Orientale viene eletta segretaria della Camera del Lavoro di Terni, il PSI cerca di ostacolare in ogni modo le iniziative prese dalla Camera del lavoro dirette da una donna e per giunta anarchica. Nel 1916 venne condannata ad un mese di reclusione per aver partecipato agli scontri con la forza pubblica avvenuti durante uno sciopero generale. Nel 1917, come segretaria della CGdL, sostiene, nonostante lo stato di guerra, tutte le lotte operaie, organizza le donne che in quel periodo assumono il controllo sindacale sulla maggior parte delle fabbriche presenti sul territorio. Oltre che abbracciare la lotta sindacale la Orientale fu una delle prime promotrici della lotta contro la concezione maschilista e patriarcale della società italiana. Su "La Sommossa" scrive un articolo nel quale denuncia il comportamento discriminatorio di padroni e capi-reparto nei posti di lavoro e non esita a condannare il comportamento analogamente sessista di padri, fratelli e fidanzati pur se "socialisti, sindacalisti e anarchici". E' da prima collaboratrice e poi redattrice del giornale della CdL "La Sommossa", scrive anche per "La Turbina", "Guerra di Classe", "L'Avvenire anarchico" e "Iconoclasta!".  Nel 1918, è sottoposta a vigilanza politica per aver "sobillato" le operaie del iutificio Centurini contro la esclusione delle donne alla vita politica della città di Terni. Forte fu il suo impegno antimilitarista ed energica fu la sua lotta sindacale contro la politica padronale ed interventista del governo. Organizza il boicottaggio della produzione nei posti di lavoro dove non si riconosceva pari dignità al lavoro femminile. Durante il Biennio rosso fu tra le maggiori promotrici degli scioperi. Scrive articoli per i giornali "La Turbina" e "La Sommossa", Partecipa alla redazione dell'Iconoclasta, settimanale anarchico di Pistoia. Nel 1920 si trasferisce a Savona, nello stesso anno si sposta a Roma. Nel dicembre del  1920 parteciperà come delegata sindacale al congresso dell'USI. Durante il periodo fascista raggiunge il compagno in Francia, tornerà in Italia dopo aver ottenuto il permesso di prendere sua figlia di sei anni e portarla ad Antibes. Nel 1937 rientra in Italia dove soggiorna tra Agosto e settembre a Monterotondo per poi ripartire per la Francia. Finita la guerra torna in Italia stabilendosi a Roma dove il 20 maggio 1980 morirà. 

(In foto Orientale Carlotta)


                                                                                                                       in foto D'Andrea Virgilia Anna Michelina

le foto sono state concesse  dal sito https://www.bfscollezionidigitali.org/ archivio biblioteca Franco Serrantini

Partekatu 
Aurrekoa ikusi Hurrengoa ikusi