UN ANNO DI PANDEMIA di Claudia Santi

05 de Abril, 2021 - General - Comentário -

Ad un anno dalla proclamazione della pandemia, i provvedimenti messi in campo con l’intento di contenere il contagio non solo hanno dimostrato la loro inefficacia rispetto al fine che si proclamava di voler raggiungere, ma fanno seriamente pensare che il loro vero scopo fosse piuttosto un altro. In realtà, le limitazioni al libero spostamento delle persone (ma non delle merci), a cui a singhiozzo siamo ciclicamente sottoposti, ci confinano a casa, in una sorta di detenzione domestica preventiva, con la sola eccezione dei movimenti diretti alla soddisfazione del bisogno primario e di base di alimentarci con regolarità. L’identità culturale di ciascuno di noi è azzerata: ogni attività ludico-ricreativa è sospesa, l’organizzazione dei concerti, dei teatri e dei cinema non è stata mai regolamentata ma semplicemente dichiarata fuorilegge dal marzo 2020, le riunioni di qualsivoglia genere possono svolgersi solo online, e anche quel minimo spiraglio di apertura alla socialità iperregolamentato - che erano le visite a congiunti prima e parenti e amici poi - è venuto meno per le zone dichiarate rosse. Insomma, il capitalismo è riuscito ad imporre il suo diktat che ci riconosce primariamente il ruolo di consumatori, e, in subordine, di produttori secondo le regole della globalizzazione. Questa condizione imposta a colpi di DPCM e DL sancisce il primato del biologico e dell’economico sul culturale e rimette indietro le lancette della storia ad un’epoca che l’umanità credeva di aver superato alcuni millenni di anni fa. Di fatto, negli insediamenti preistorici sono stati ritrovati strumenti musicali, pitture, oggetti rituali e altre testimonianze di attività non direttamente finalizzate al soddisfacimento dei bisogni di base, segno che l’individuo e i gruppi sociali esprimono anche bisogni per la cui soddisfazione si producono beni immateriali. Perciò, l’esistenza ridotta al livello basic ci deprime, perché lascia inappagata questa esigenza che pur non materiale, è reale. Consapevole della crescente difficoltà di far accettare misure illogiche e sempre più limitative, il mai troppo lodato Ministro della Sanità, ci ricorda che ‘dobbiamo fare tutti dei sacrifici’ per sconfiggere il virus. Si proietta così la condizione attuale in un orizzonte metastorico e assimilando l’agente del contagio ad un nemico subdolo e invisibile, si sollecita l’immaginario collettivo e si cementa la società con il meccanismo del metus hostilis, della paura del nemico. E con la nomina del gen. Figliuolo a commissario per l’emergenza sanitaria, la metafora bellico-militare della guerra al virus è perfetta in ogni dettaglio. 

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